Covid-19. Di fronte alla malattia il sesso debole sono gli uomini

Le donne più forti davanti al virus, grazie al loro corredo genetico e ad un migliore stile di vita. Di genere e Covid-19 si è anche parlato in un webinar dell’Università di Ferrara.

di Cristina Mangia, Sonia Marini, Giovanna Lucia Marchese Occhipinti

Gli studi sul nuovo coronavirus sono ampiamente in corso, ma ci sono numerosi aspetti che cominciano a essere chiari, soprattutto in un’ottica epidemiologica e di medicina di genere: le donne a qualunque età affrontano meglio il virus e mostrano più probabilità di superare la malattia dei loro coetanei uomini.

I dati più recenti, forniti nel rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ci dicono infatti che in media è il 9,3% delle donne colpite dal virus a non sopravvivere, contro il 17,1% degli uomini. Un rapporto di quasi uno a due.

Tra lavoro e caregiving: le donne più esposte al contagio

Il dato della letalità risulta ancor più importante se combinato con quello dell’incidenza della patologia. Sono infatti le donne, almeno in Italia, a risultare con più frequenza positive al SARS-CoV-2.

Questo dato, che comunque si basa solo sui casi accertati e quindi va preso con cautela, dipende probabilmente dal fatto che tra le persone anziane – le più colpite dalla malattia – le donne rappresentano la maggioranza. Ma vi sono anche fattori culturali, ambientali e professionali. In un Paese come il nostro sono tipicamente le donne a ricoprire ruoli di caregiver (nelle famiglie e come assistenza agli anziani), operatore sanitario (infermiere, OSS) presso ospedali e case di cura, dove è più facile entrare in contatto con situazioni a rischio contagio.

A confermare il fattore professionale nell’incidenza della malattia si aggiungono i dati dell’INAIL che, fra febbraio e aprile, ha registrato che le denunce per infortunio sul lavoro dovuto a SARS-CoV-2 hanno riguardato principalmente le lavoratrici. Sono infatti le donne ad essersi ammalate nel 71,5% dei casi, contro il 28,5% degli uomini e proprio nei settori professionali di ambito sanitario.

Relativamente ai decessi, sempre i dati INAIL riportano una situazione completamente ribaltata. A morire di Covid-19 sul lavoro è stato infatti l’82,2% degli uomini, contro il 17,8% delle donne.

Perché le donne rispondono meglio al virus

Dei motivi per cui le donne offrono più resistenza al virus si è parlato durante il webinar “Covid-19 e Genere” promosso dal Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere (GMC)  dell’Università di Ferrara, diretto da Tiziana Bellini.

Come emerso anche durante l’incontro, non è la prima volta che il sesso femminile si dimostra più corazzato davanti a patologie virali di tipo respiratorio. Infatti già per le epidemie di SARS e MERS le donne avevano risposto con più forza.

Anche oggi, in epoca di Covid-19, fattori quali lavoro e ambiente giocano sicuramente un ruolo chiave nell’incidenza della patologia, ma – ha spiegato Michele Rubini, genetista di Unife intervenuto al webinar – “sono probabilmente fattori biologici e genetici a spiegare la maggior resistenza femminile davanti al virus”.

Da tempo è noto come gliormoni femminili, gli estrogeni, si comportino da ottimi alleati della salute delle donne grazie alla loro azione sul sistema immunitario. Inoltre, numerosi dei circa 1000 geni mappati sul cromosoma X codificano proteine che sono legate alla risposta immunitaria. Le donne, con il loro corredo cromosomico XX, risulterebbero dunque più coperte. “L’importanza di capire le basi genetiche di questa malattia – ha spiegato Rubini- è fondamentale per programmare trial clinici disaggregati ed individuare terapie mirate”.

Agli aspetti biologici si uniscono comunque altri elementi non secondari legati al genere. Le comorbidità, cioè l’esistenza di patologie precedenti il virus, e fattori comportamentali quali la maggior diffusione di tabagismo e il consumo di alcol negli uomini, sono sicuramente fattori di rischio che possono predisporre i maschi a conseguenze più gravi in caso di malattia.

Covid-19 e medicina di genere un’occasione da non perdere

L’epidemia da Covid-19 è, secondo molti, destinata a cambiare le nostre vite per sempre o per lo meno per lungo tempo. Nel comprendere il virus, l’emergere di differenti caratteristiche uomo-donna rappresenta un’occasione imperdibile per aprire la porta a studi di genere sul fronte della ricerca epidemiologica, genetica e farmacologica, offrendo un nuovo paradigma di medicina e prevenzione attento alle differenze di sesso e genere.

L’Italia in questo senso si è posta un passo avanti rispetto ad altre nazioni con il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere, adottato nel 2019, inteso come strumento di orientamento di “obiettivi strategici per una reale applicazione di un approccio di genere” in sanità.

Ma – come a più riprese sottolineato durante il webinar ferrarese da Fulvia Signani, vice direttrice del centro GMC di Unife – alle intenzioni è necessario rispondere con azioni precise. La strada da percorrere per l’affermazione di una medicina realmente attenta alle differenze di genere è ancora molto lunga.

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