Non ascoltate i media e curate l’ipertensione

Cortocircuito della comunicazione scientifica e mediatica sul caso degli antipertensivi e Covid-19

di Michele Fabbri

Lo studio guidato da Lamberto Manzoli, professore di epidemiologia presso l’Università di Ferrara, ha evidenziato che non c’è alcuna correlazione fra forme gravi e letali di Coronavirus e l’assunzione di farmaci antipertensivi. La conseguenza è molto importante per le tantissime persone che assumono quotidianamente i farmaci ACE (inibitori dell’angiotensin-converting enzyme) e gli ARBs (bloccanti dei recettori dell’angiotensina II), persone soprattutto in età avanzata, che sono anche quelle più a rischio per l’infezione.

Il corto circuito fra studi scientifici, pubblicazioni dei risultati e media ha portato ad una errata correlazione tra forme gravi di Covid-19 e l’assunzione di farmaci antipertensivi. (©Laboratorio Design of Science – Dos, Unife)

Nell’intervista rilasciata a Laboratori Aperti, Manzoli chiarisce che questo risultato deriva dallo studio di 1600 casi, ed è completamente in linea con altri tre studi – uno dei quali italiano sulla Lombardia – recentemente pubblicati sul New England Journal of Medicine.

La stessa prestigiosa rivista scientifica mette in risalto in un editoriale l’urgenza di pubblicare i risultati, motivo per cui, fra l’altro, la ricerca ferrarese è arrivata tardi sul “filo di lana” nella corsa alla pubblicazione, un fatto ormai frequente in questo periodo.

Bloccare la disinformazione dei social

Da tempo è aperto un acceso dibattito sulla forte accelerazione della pubblicazione dei risultati di ricerca che non rispetta più i tempi e le prassi fondamentali che la comunità scientifica si era data storicamente come “garanzia di qualità”. Un’accelerazione che spinge sempre più i ricercatori a pubblicare molto e in fretta per non essere “fuori dal giro”. Una grande sfida per la comunità scientifica che sta affannosamente cercando di coniugare rigore e velocità. Aggravata dall’esplosione di richiesta da parte dei media di esperti da “sbattere in prima pagina”.

Ma qui siamo davanti a un ulteriore – e altrettanto grave – passo: quello di dovere fare i conti direttamente con la straripante informazione dei social media che si inserisce nel flusso di pubblicazione dei risultati di ricerca per debordare direttamente nella vita delle persone.

Solitamente il problema dell’infodemia social è che alimentano l’ansia di natura complottistica (“ci tengono nascosto” quello che sanno) o l’attesa messianica dell’alternativa miracolosa (“la vitamina guarisce tutto, anche il cancro”) costruendo un collage retorico di dichiarazioni e affermazioni spesso estrapolate da altri contesti, quando non esplicitamente sbagliate.

In questo caso l’urgenza a pubblicare i dati da parte della rivista scientifica è stata determinata dal fatto che alcuni studi preliminari condotti sugli animali avevano effettivamente sollevato l’ipotesi di una correlazione fra antipertensivi e maggiore probabilità di gravissime conseguenze in caso di contagio.

“Il risalto dato dalla stampa e da alcuni siti Web a questa che era solo un’ipotesi di ricerca – afferma l’editoriale del New England Journal of Medicine – ha enfatizzato il rischio teorico con affermazioni come: ‘gli scienziati affermano che a causa del meccanismo di funzionamento dei medicinali che assumono, le persone con ipertensione e diabete potrebbero correre un rischio accentuato di manifestare sintomi da coronavirus gravi o letali’, e ‘[le ricerche suggeriscono che] la probabilità di morire di Covid-19 è da quattro a sei volte superiore se prima di contrarre il virus stai assumendo uno di questi farmaci.”

Il corto circuito fra studi scientifici, pubblicazioni dei risultati e media si è fatto ancora più bruciante e difficile da tenere sotto controllo.

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