Dividere le attività scolastiche fra web e aula, non spezzare le classi

Idee molto concrete per ripartire il prossimo anno sfruttando e non subendo le tecnologie

Opinione

di Raniera Gioacchini

La scuola al tempo di Covid-19 e della comunicazione e collaborazione a distanza ha mostrato limiti e potenzialità. Alcune attività, come le riunioni, si sono rilevate efficaci anche a distanza, permettendo di limitare gli spostamenti, risparmiare tempo ed energia ed emettere meno gas climalteranti e altri inquinanti. La didattica a distanza (DaD), invece, ha mostrato più ombre che luci.

I tre limiti della didattica a distanza

Il primo limite è che ostacola la socializzazione ed è spesso noiosa. Vedersi in uno schermo dà solo l’illusione del gruppo, ma lascia in realtà gli individui totalmente isolati e fermi davanti al monitor. 

Il secondo limite è la valutazione poco trasparente. Certe verifiche, specie orali, possono essere fatte anche a distanza, ma è troppo complesso per una scuola pubblica, che non ha nel suo core business la didattica online, e la capacità di organizzare nel giro di pochi mesi sistemi per erogare verifiche a distanza. 

Il terzo limite è l’inclusione e il divario sociale e tecnologico: la DaD è esclusiva, l’(in)competenza digitale è trasversale alle età e alle professioni, l’assistenza tecnica è insufficiente.

Pensando al prossimo anno scolastico, la Dad è improponibile per le scuole materne, primarie e medie. I bambini in genere, fino alle medie, non hanno né le competenze digitali utili, né un device proprio. Inoltre, c’èla questione della loro sorveglianza e accompagnamento nelle attività: i piccoli non possono stare da soli in casa. 

Meglio pagare una babysitter per ognuno, assumere più docenti e creare classi con gruppi ridotti, facendoli turnare o riaprendo le scuole chiuse decentralizzate, in mancanza di aule sufficienti?

Per la scuola superiore è necessario invece distinguere le discipline basate quasi completamente sulla pratica, che hanno necessità di essere svolte in presenza: i laboratori con strumentazioni particolari, le esercitazioni di alcune discipline, scienze motorie, etc. C’è una parte del mondo fisico, biologico ed emotivo che si può imparare solo “a bottega” e che non passa “virtualmente”. 

E’ bene inoltre ricordare che la scuola, di ogni ordine e grado, è il luogo in cui si impara a socializzare e in cui si potenzia l’intelligenza emotiva.

Flipped Classroom. Capovolgere la scuola: attività collaborative in classe e  lezione online a casa  

Una parte delle lezioni online funziona. Tutto ciò che è preliminare alla discussione si può fare a distanza: impostazione di ricerche, visione, raccolta, condivisione, elaborazione di materiali. 

Anche parte delle lezioni frontali è fattibile online, con video/Meet più o meno lunghi, secondo abitudini e necessità: questa modalità permette anche agli studenti che hanno già compreso l’argomento di non dover assistere a spiegazioni ripetute, liberando il loro tempo dai momenti ridondanti che fanno parte, purtroppo, della normalità nelle classi.

Infine molte attività di esercitazione e correzione possono essere fatte con software con autocorrezione e la presenza del docente si può limitare a momenti dedicati solo agli studenti che non hanno compreso le correzioni.

Prevedere moduli-orari di quarantacinque minuti è importante, in particolare per le lezioni online, ma anche per permettere ai docenti la necessaria programmazione di una didattica mista.

Tutte queste attività, che possono svolgersi a distanza, tramite comunicazione sincrona o asincrona, sono varianti della Flipped Classroom, dove il tempo in presenza è usato essenzialmente per l’apprendimento collaborativo che richiede dialogo, conversazione ed emozione: cioè per quelle attività didattiche dove la dimensione-gruppo, la socializzazionee le emozioni sono la levache “muove” l’apprendimento.

No alla classe parte online e parte in presenza: saltano regia e ruoli

Rimane l’ostacolo del numero di studenti in presenza.

E’ disfunzionale l’idea di avere una parte degli studenti in classe e l’altra collegata da casa, come spettatori di uno spettacolo in cui difficilmente (per non dire mai) saranno coinvolti.

Ipotizziamo di avere una webcam in ogni classe e di accettare questa palese violazione della privacy, che non sarebbe più temporanea ed emergenziale, ma diventerebbe la norma – immediatamente ripresa in caso di nuova emergenza.

Come si sentirebbero gli studenti e i docenti in classe, sapendo di essere costantemente guardati da altri attraverso una webcam, mentre sono in una situazione fluida e dinamica? 

La visione attraverso webcam prevede l’immobilità del setting oppure un regista che inquadra l’azione in base a dove si svolge. L’aula non funziona come una riunione o lezione su Meet, non è immobile e statica. Il docente e gli studenti interagiscono e si muovono continuamente. 

Anche seduti gli uni di fronte agli altri creano una prospettiva multipla che il corpo umano è capace di cogliere, ma una webcam fissa no, perché essa vede un’unica prospettiva. 

In quale punto posizionarla dunque? Cosa è necessario inquadrare? La faccia del docente e le teste degli studenti? E quando parlano i ragazzi? Cosa potranno vedere (e capire) gli studenti online quando il docente ricercherà velocemente informazioni in rete, o le scriverà sulla lavagna? 

Chi sarà il regista di questa lezione che diventa un film con metà classe spettatrice e metà attrice? E se uno spettatore volesse intervenire, come farà? Il docente-attore impegnato con gli studenti-attori non potrà sdoppiare la sua attenzione e il suo tempo per notare e coinvolgere (su quale monitor poi, una seconda LIM? un portatile sulla cattedra?) gli studenti spettatori.

E’ evidente che se il docente è tra gli attori, non può essere anche il regista dello spettacolo-lezione. Senza regista, gli spettatori sono abbandonati a loro stessi, davanti a un film inquadrato male, difficile e irritante da seguire,che non permette alcuna interazione e che diventa di fatto una noia mortale: l’esatto opposto di ciò che “muove” l’apprendimento.

Soluzioni flessibili, ma al centro la comunità educante e non la webcam

Una soluzione standard non è pensabile, perché ogni scuola ha caratteristiche proprie e dovrà elaborare un proprio progetto locale. 

Le scuole con giardini e spazi aperti possono usarli per alcune lezioni, contando sulle temperature sempre più miti (purtroppo) per via del riscaldamento globale, e concentrare nei mesi invernali più freddi le attività online. 

In una città come Ferrara, è ragionevole pensare che i mesi rigidi siano in sostanza al massimo tre (dicembre, gennaio e febbraio), visto il cambiamento climatico che ci coinvolge in pieno e ci fa avere temperature primaverili già in febbraio. Ma l’opzione scuola all’aperto non può essere la norma, per via delle differenze locali tra città e scuole, e per le attrezzature necessarie in alcune discipline.

Organizzare turni mattutini e pomeridiani, con classi ridimensionate per poter mantenere il distanziamento nelle aule, rimane la soluzione più semplice, che faccia freddo o caldo, al chiuso o all’aperto. 

Questo implica la presenza di più personale docente nella maggior parte delle scuole: alcune classi, specie nel triennio delle superiori, sono già poco numerose e forse non sarà necessario sdoppiarle. 

In ogni caso, ogni scuola deve elaborare un proprio piano sostenibile di “resilienza”, che mette al centro non le webcam o le mascherine, ma l’essere umano e la comunità educante, perché questa è la soluzione più realistica e funzionale, per continuare a garantire un servizio pubblico di qualità e resiliente. Ed è anche il miglior investimento sul futuro che una società possa fare.

(Raniera Gioacchini è insegnante, formatrice professionale e attivista ambientale)

10 pensieri riguardo “

Dividere le attività scolastiche fra web e aula, non spezzare le classi

Idee molto concrete per ripartire il prossimo anno sfruttando e non subendo le tecnologie
  1. Personalmente mi trovo del tutto d’accordo con quanto sostenuto dalla Docente. Concordo sulla necessaria modularità delle lezioni, per classi suddivise al loro interno (cfr. vecchi gruppi opzionali del Liceo Sperimentale), che preveda un arricchimento del personale docente ed ATA, e una distribuzione delle stesse lezioni fra mattino e pomeriggio, previo accordo con la direzione di Ferrovie ed Autocorriere. La didattica sdoppiata fra una metà della classe in presenza e l’altra in videolezione è qualcosa di surreale, che confliggebbe sia con i princìpi-chiave dell’arte attoriale, della tecnica cinematografica e della tecnologia informatica, sia soprattutto con le finalità formative, culturali ed educative del “fare lezione”. Ciò che poi mi persuade maggiormente è la considerazione finale, circa la centralità dell’essere umano e della comunità educante: sicuramente tale riflessione proviene da chi di scuola ne ha una profonda esperienza, e per questo ringrazio.
    Cinzia Solera

    1. “Fare lezione” è altro che fare un film su come si svolge la lezione e mostrarlo agli studenti online: la scuola non è un film. Concordo sul fatto che l’organizzazione di turni per gli studenti richiede sicuramente sinergie tra enti locali e Ferrovie ed Autocorriere ed il potenziamento del personale docente e ATA. Siamo riusciti a farlo in questi mesi, con medici e personale sanitario, rapidamente messi in servizio per contenere l’emergenza sanitaria. Possiamo farcela anche per l’emergenza didattica, invece di delegare la “cura” degli studenti ad uno schermo. Se non si fossero potenziati il personale e le strutture/strumentazioni, il CoVid19 avrebbe fatto molte più vittime, ma il fatto che gli studenti sopravvivano anche con la DaD, non ci inganni! La DaD non è una valida soluzione alternativa: sopravvive il corpo degli studenti, ma che ne è della fiamma che alimenta la loro curiosità?

      1. Totalmente d’accordo con Raniera Gioacchini: la scuola non è un film, e dobbiamo tornare ad essere noi stessi, non dei burattini da usare a seconda delle necessità. La questione sostegno poi, è tutta lì a dirci che, senza il contatto umano, la grandissima parte dei nostri sforzi sono vani.

  2. La collega giustamente rammenta che ci sono delle categorie di studenti, in particolar modo i più giovani, per i quali è da escludere di riproporre a settembre la didattica a distanza (Dad). Concordo e aggiungo una categoria di studenti che purtroppo lo stesso Ministero dell’istruzione ha colpevolmente dimenticato fino al 16 maggio, quando finalmente nelle ordinanze compare il termine Cpia, sconosciuto ai più. Si tratta della scuola statale per gli adulti. Adulti che necessitano di un recupero di competenze di livello basico, alfabetizzazione, o di un titolo di studio di scuola secondaria che non hanno potuto conseguire nei tempi tradizionali o ancora di adulti stranieri da alfabetizzare in italiano, discriminati nel campo dell’istruzione così come spesso negli altri.
    La Dad per gli adulti è oltremodo discriminante perchè mette a nudo una loro ulteriore difficoltà, quella dell’ alfabetizzazione digitale, quando non eplicitamente la difficoltà economica, se parliamo di migranti. Ora, il sistema pubblico statale di istruzione in Italia ha sempre garantito l’accesso gratuito a chiunque. Un valore fondante della nostra Costituzione che non viene più garantito dalla didattica a distanza, perchè l’online non è cosa per chiunque. Il digital divide è la realtà con cui si scontrano quotidianamente i docenti del Cpia, di cui faccio parte.
    Occorre quindi scartare fin dal principio la tentazione di riprogettare un ritorno a scuola che non preveda la presenza per questi studenti. E proprio i Cpia possono diventare i capofila di una didattica innovativa orientata alla persona, come fin troppo sbandierato ma assai poco attuato dalle ultime politiche della “Buona scuola”. La didattica che propongo è stata già in parte sperimentata proprio da alcuni Cpia ma non solo. Sto parlando della didattica fatta fuori dall’aula scolastica, ovvero per strada, in un parco, in un campo o in un contesto comunque diverso dalla scuola, anche se al chiuso. Se per la scuola tradizionale questa è un ‘esperienza relegata ai cosiddetti viaggi di istruzione o, di recente, all’alternanza scuola lavoro, i Cpia , ex Ctp, dal 1998 sperimentano una didattica fatta a volte “a domicilio”, cioè nei luoghi in cui gli adulti già si ritrovano, sia il luogo di lavoro o un centro di aggregazione sociale o di svago.
    Non si tratta di didattica improvvisata ma programmata su percorsi che si impostano a seconda dei luoghi che si intendono praticare. Di recente ho parlato dell’esperienza della didattica all’aperto in una chat di insegnanti e mi sono sentita rispondere che si può fare fino a ottobre ma poi? Ho capito che si erano immaginati l’aula traslocata all’aperto. Sbagliato! Ecco credo che il primo ostacolo per ripensare la scuola venga proprio dai docenti i quali, se da un lato sono stati abbastanza flessibili nell’adattarsi alla Dad, dall’altra sono estremamente restii a pensarsi educatori al di fuori del contesto tradizionale della scuola. Del resto la scuola di Barbiana è un’esperienza ormai lontana dall’universo formativo di molti docenti, che si sentono persi senza i paletti burocratici di una scuola apparentemente autonoma, ma in realtà, mai come in questi ultimi decenni , omologata e omologante. Ogni luogo può essere aula didattica e penso alle lezioni nell’azienda agricola della scuola carceraria di Rebibbia o alla lezione in cammino dei colleghi Cpia di Benevento, sui colli campani, o agli interventi di alfabetizzazione in italiano come lingua seconda attuata dai colleghi di Bergano all’interno di un laboratorio di cucito o alla didattica nel parco giochi per le mamme pakistane in un Cpia del Friuli.
    Con il necessario e fondamentale supporto delle ammistrazioni locali si possono concepire nuovi luoghi di istruzione dove mantenere la distanza fisica e abolire la distanza sociale! Occorre però ribaltare lo schema standard della programmazione e della valutazione Se la nostra vita è stata ribaltata da questa pandemia il sistema dell’istruzione non può restare rigido nei suoi cardini. Quindi più docenti ma soprattutto formati ad una scuola che deve misurarsi con i luoghi dell’istruzione che fanno la scuola sul territorio. Mi immagino una didattica che invece di portare il laboratorio dentro la scuola, porti gli studenti dentro i laboratori. E’ una capovolta ma è l’unica strada per restare diritti dentro un monfo capovolto.

    1. Ti ringrazio Marzia Marchi per avere integrato il punto di vista riguardo l’educazione degli adulti. Centri una delle questioni fondamentali: la DaD è apparentemente inclusiva, ma in realtà è esclusiva e non tiene conto del digital divide trasversale alle età e alle abilità. Tra gli adulti questo è ancora più accentuato, perché se lo Stato e le famiglie si preoccupano (o tentano di farlo) di fornire mezzi ai “piccoli” in età scolare, chi si preoccuperà degli adulti, spesso soli, che frequentano i Cpia o i corsi serali?
      E’ anche assolutamente vero che quando si parla di didattica fuori dall’aula scolastica l’immagine ricorrente è di un gruppo di persone sedute in cerchio in un giardino durante una bella giornata primaverile; un’alternativa agli studenti seduti al banco dentro un’aula chiusa. Eppure queste due immagini sono varianti della stessa idea di scuola ed il limite che la nostra immaginazione deve appunto abbandonare, per poterlo superare, o meglio integrare in una prospettiva diversa. I paletti burocratici e amministrativi sempre più pesanti che hanno costretto la scuola dentro le aule hanno limitato addirittura anche i viaggi di istruzione. Penso alle responsabilità maniacali (con relativa compilazione di moduli e documenti la cui redazione dura a volte più del tempo dell’uscita stessa) attribuite ai docenti che fanno spesso desistere questi ultimi dal proporsi come accompagnatori, anche solo per un’uscita rapida sul territorio locale. La stessa cosa avviene per garantire quell’apprendimento “individualizzato e personalizzato” di cui le leggi parlano, ma che di fatto non è un’opzione reale quando hai di fronte a te 20 (o anche 30) persone tutte diverse e tutte insieme in un’ora.
      Se alcuni di questi paletti si riescono a bypassare con gli studenti maggiorenni, tutto il mondo degli studenti minorenni rimane invece ancorato al molo. Eppure molta di questa “carta” è diventata necessaria per contenere il rischio dovuto all’impossibilità per un unico adulto di accompagnare nell’apprendimento troppi ragazzi simultaneamente. C’è qualcosa di radicalmente sbagliato in una società che si preoccupa di più di quando potrà andare in vacanza o ritornare dal parrucchiere, o se potrà prendere un aereo e sedersi al tavolo di un ristorante, invece che preoccuparsi di quando gli studenti potranno andare di nuovo a scuola, di cosa impareranno in quella scuola, aldilà dei piani personalizzati sulla carta, delle rilevazioni amministrative e delle “collezioni di parole” autoreferenziali che suonano bene, ma che chi fa scuola davvero stenta a riconoscere.
      In ultima analisi, si impara “a bottega” e un bravo maestro non prende mai più di pochi apprendisti alla volta, perché sa di non poterli seguire adeguatamente, sa che il tempo che potrà dedicare loro è limitato, sa che le prove che ogni generazione deve superare non assomigliano mai neanche lontanamente a test a crocette riproducibili in serie. Citando il collega Lucio Martini, quando si ha a che fare con l’apprendimento degli studenti, a qualsiasi età, “non ci sono sogni da deludere, ma da avviare”.

  3. Velocemente mi permetto due osservazioni. 1) identificare la didattica a distanza solo con l’attività obtorto collo svolta per dar continuità alla scuola non è operazione completamente corretta. L’e-learning (come si chiamava prima dell’emergenza covid) è una pratica pedagogico-didattico-valutativa che ha una sua dignitosissima collocazione nel panorama nazionale e internazionale. A testimonianza esiste una corposa letteratura che varrebbe la pena consultare giusto per avere la misura dello scarto esistente tra la DAD e un’attività seriamente progettata di formazione online – che non ha nulla dell’arte cinematografica, se non una certa assonanza di linguaggio, visto l’uso che si fa di strumenti audio-visuali.
    2) Tutti in classe, ma siamo certi che le nostre scuole siano luoghi sani e di “ben-essere”? Ricordo a me stessa la velocità con cui tra le aule scolastiche si diffondono raffreddori, influenze, pediculosi. Spesso, poi, si tratta di edifici pensati con logiche architettoniche obsolete, con sistemi di aerazione e di riscaldamento vetusti, insomma credo che ci sia da fare i conti anche con questo tipo di problema.
    Ciò non toglie il valore né l’apprezzamento per quanto si è fatto e si continua a fare per le nostre generazioni di studenti e studentesse.

    1. L’e-learning ha una valenza didattica consolidata ed è una valida alternativa, per gli adulti, alla formazione in presenza, ogni volta che la distanza, il tempo, le risorse non permettono la presenza simultanea di docenti e discenti nello stesso ambiente fisico.
      Dunque sono assolutamente d’accordo con Loredana La Vecchia: la “DaD” è solo una pallida imitazione emergenziale dell’e-learning puro, con momenti più o meno riusciti. Dell’e-learning molti adulti hanno esperienza, perché lo usano regolarmente per formarsi ed aggiornarsi (alcuni di noi ne hanno anche esperienza professionale) ed è evidente lo scarto tra le organizzazioni che hanno nel core business questo metodo e la scuola pubblica che sta comunque facendo un lodevole tentativo di fornire un surrogato di sé agli studenti. Proprio per chi ha familiarità con l’e-learning fatto bene e professionalmente, e per chi conosce un po’ il linguaggio cinematografico, l’idea di avere metà classe in aula e metà a casa collegata via webcam è sembrata subito disfunzionale. Più funzionale sarebbe il blended learning, alternando alcune lezioni in ambienti virtuali e altre in ambienti fisici – queste ultime con gruppi classe numericamente ridotti e con tempo ridotto ma di qualità, in ultima analisi.
      E’ altrettanto vero che molti edifici scolastici sono progettati come ambienti di apprendimento ormai obsoleti, in cui si fa lezione “nonostante” lo spazio fisico e gli arredi non più adatti ai metodi didattici e agli obiettivi attuali. Sono anche ambienti spesso sovraffollati e promiscui, in cui l’esposizione a contagi di ogni tipo è inevitabile. Il tutto è molto rischioso soprattutto per i docenti, la cui età media è piuttosto alta in Italia. Da questo punto di vista, l’e-learning puro (solo online), evitando il contatto umano, tutela la salute dei suoi fruitori; d’altra parte però estremizza i danni alla salute dovuti alla sedentarietà e alla visione prolungata di immagini su uno schermo. Il CoVid19 non è l’unica malattia a cui siamo esposti, purtroppo. E anche con questo dobbiamo fare i conti.
      La scuola è “contagiosa”, è verissimo, nel bene e nel male. L’apprendimento in presenza è emozionante, perché noi ci contagiamo, ci trasmettiamo emozioni e sensazioni. La scuola è un flusso di momenti in cui ci stupiamo, ci rallegriamo, ci arrabbiamo, diventiamo tristi, perplessi, divertiti, annoiati, contrariati, assorti, curiosi, entusiasti. L’emozione fluisce tra testa, cuore, mani/corpo nel “sistema umano” e nelle relazioni tra esseri umani.
      Purtroppo e per fortuna, a scuola ci si “influenza”.

  4. Premesso che concordo sostanzialmente con l’intervento di Raniera Gioacchini, vorrei contribuire alla discussione con alcune riflessioni puntuali.

    La didattica a distanza. La DAD. Dobbiamo innanzitutto chiarire cos’è, esattamente, la DAD. Perché ha ragione Loredana La Vecchia quando distingue la DAD dall’e-learning, pratica quest’ultima consolidata e ragionata di didattica progettata con due intenti: da una parte consegnare a studenti – adulti o comunque già autonomi – una serie di contenuti trasmissibili per mezzo di lezioni frontali, tutorial, webinar, documentazioni di approfondimento; dall’altra a consolidare, nella medesima categoria di studenti autonomi, i contenuti trasmessi per mezzo di attività esercitative individuali o di gruppo e di pratiche collaborative sincrone o asincrone. Ma sottolineo con forza il fatto che gli studenti per i quali si propone e si pratica l’e-learning non sono bambini della scuola primaria e preadolescenti della secondaria di primo grado. Per i quali educazione e didattica implicano anche e soprattutto l’educazione alla relazione. Che non si può fare “in remoto”. Perché la scuola, ce lo siamo detti tantissime volte, non può limitarsi alla trasmissione delle conoscenze: essa deve prendersi carico di formare cittadini consapevoli, deve dare conoscenze ma deve soprattutto permettere lo sviluppo di abilità e competenze, tante delle quali trasversali, non disciplinari. E questo, ancora una volta, non si può fare (o si può fare in modo assai limitato) “in remoto”.

    Ciò detto, la DAD non è e-learning, non le somiglia quasi per niente, salvo in alcuni casi virtuosi (che però poggiano su esperienze già sperimentate e consolidate in tempi pre-Covid-19). La DAD è, piuttosto e purtroppo, un insieme raffazzonato di pratiche che, in questo periodo di emergenza, hanno svolto il ruolo fondamentale di tenere in vita l’impalcatura essenziale della scuola tentando di adattare alla condizione “in remoto” quanto si faceva, prima, nelle classi.

    E la DAD non è inclusiva. Su questo aspetto, e da un punto di vista generale e generalizzato, sono ancora una volta d’accordo con Gioacchini. In un mio precedente intervento video su questa stessa testata, ho riportato la mia esperienza, indubbiamente privilegiata, di docente e animatore digitale in un contesto (quello della Provincia di Trento) che molto ha investito nella formazione digitale degli insegnanti e nello sviluppo delle infrastrutture informatiche delle scuole.
    Nonostante molte resistenze individuali al digitale, siamo partiti da una buona base e anche i docenti più “refrattari” hanno fatto almeno un po’ di DAD. Siamo riusciti a raggiungere quasi tutti gli alunni. Abbiamo consegnato alle famiglie più svantaggiate dispositivi in comodato d’uso gratuito e le abbiamo supportate con un servizio di “sportello tecnologico” competente. In questo contesto, rilevavo come la DAD, per certe categorie di alunni con bisogni educativi speciali, può risultare inclusiva. Perché la DAD va più lenta della didattica ordinaria. Perché la DAD si avvale di più supporto visivo di certa didattica tradizionale. Perché, infine, la DAD sottrae gli alunni in difficoltà al confronto spesso impietoso dei pari e li consegna al guscio protettivo delle famiglie, dove, pian piano, essi conquistano e consolidano l’autostima.
    Ma le precondizioni necessarie perché ciò avvenga sono: a) la disponibilità di connessione (giga) e dispositivi e b) la competenza tecnologica delle famiglie (perché i ragazzini sono quasi sempre dei touchscreener compulsivi con scarsissima alfabetizzazione digitale vera). Laddove dispositivi, connessione e competenza mancassero, la scuola deve poter intervenire con strumenti e accompagnamento formativo. In assenza di tutte queste precondizioni, la faccia inclusiva della DAD resta oscura e nascosta e l’unica evidenza osservabile è il divario digitale.

    Chiudo sostenendo ancora la posizione di Gioacchini per un utilizzo formativo di una DAD prossima ventura, non più come unica alternativa possibile allo stare in classe, ma come strumento da inserire nella modalità della Flipped Classroom, dove si sfruttino i momenti in presenza per discutere, chiarire, praticare e consolidare abilità e competenze. Soprattutto per quegli studenti che hanno già ricevuto, a Scuola, la necessaria e dovuta formazione alla relazione e alla convivenza.

    1. Come osserva anche Francesca Noceti, l’e-learning nasce per gli adulti, non per bambini e adolescenti, ed è un valido metodo per la formazione di persone che hanno poco tempo, sono sparsi su un vasto territorio e non potrebbero permettersi un’alternativa in presenza.
      Aggiungo che la rete, seppure con differenze e difficoltà, è già dentro le scuole ed alcune modalità usate nell’e-learning sono diffuse anche tra i bambini. Sia in presenza sia a distanza, ritengo che gli ambienti dell’apprendimento siano comunque reali, in quanto è già quasi tutto blended learning, apprendimento misto, fuori e dentro le aule. I docenti possono e devono imparare ad integrare sempre meglio esperienze e strumenti. I piccoli della primaria cominciano a collaborare online quando giocano e comunicano con altri giocatori in rete, anche in lingue straniere! I preadolescenti e gli adolescenti sperimentano i primi social con gli smartphones, alcuni di loro anche in modo creativo. Tablet, smartphones, PC sono usati fin dalla primaria anche nelle scuole, principalmente per ricercare e condividere conoscenze, ma anche per creare prodotti multimediali, talvolta pregevoli. Il confine tra reale e virtuale è labile e confuso, eppure questo non fa della scuola un centro di e-learning.
      Sì, la scuola è altro, è il luogo in cui si formano cittadini consapevoli, è l’ambiente fisico in cui noi ci “influenziamo”, ci contagiamo di emozioni e sensazioni. L’e-learning puro e la DaD non permettono questo contagio che è la base dell’apprendimento sistemico.
      Per lo stesso motivo, alcuni studenti si sentono protetti e più sicuri con la didattica a distanza, perché si sottraggono al confronto empatico e intellettuale con i pari. Tuttavia ho delle perplessità sulla funzione “curativa” di questa esperienza. Mi pare piuttosto un rimandare il problema, un curare il sintomo: prima o poi il gruppo di pari va affrontato, non si può continuare a guardarlo da lontano in un’eterna DaD.
      Infine, condivido l’esperienza privilegiata di Noceti, perché ho avuto la fortuna di lavorare in un contesto in cui il team digitale operava già da prima del lockdown alla formazione e al supporto continuativo dei colleghi e questo ha permesso a tutti i docenti di mettersi in gioco. Impressione condivisa è che il tempo rallenti, ogni attività richiede più risorse, in termini di tempo e di attenzione e tutto viene parcellizzato, la relazione a distanza è frammentata. Anche in questo senso la DaD è esclusiva: a distanza, non è possibile includere tutti con un semplice sguardo. Gli esclusi che, quando non toccava a loro, in classe coglievano l’opportunità per chiacchierare o sognare ad occhi aperti (e anche questo è imparare a convivere e a relazionarsi con gli altri), a distanza sono soli.
      E’ necessario mettere tutto sul piatto della bilancia, quando riprogettiamo la partenza in settembre. Una modalità mista, con alcune lezioni online e altre in presenza con gruppi ridotti, al momento mi sembra il migliore compromesso, per continuare a fare scuola e limitare l’esposizione al contagio. Meglio fare apparentemente “meno” ore, se queste ore saranno un tempo di qualità, anziché sprecarne ad annoiarsi seduti immobili in classe o a casa da remoto.

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