Esperti, politica e opinione pubblica

Opinione

di Marco Bresadola

Tra i molti temi di dibattito che questa pandemia ha suscitato, uno dei più interessanti dal punto di vista dei rapporti tra scienza e società riguarda la considerazione e il ruolo degli esperti al tempo del coronavirus.

Qui possiamo metterne a fuoco solamente alcuni aspetti sotto forma di questioni aperte, sulle quali porre l’attenzione anche nell’ottica di un’analisi che vada oltre il momento emergenziale.

Esperti e opinione pubblica

Negli ultimi anni abbiamo assistito, in Italia ma non solo, a una crisi di autorevolezza degli esperti nei dibattiti pubblici su questioni legate a scienza, salute e tecnologia, che è andata di pari passo con la diminuzione della fiducia che i cittadini ripongono in queste figure come fonte su cui poggiare le proprie decisioni e i propri comportamenti.

Questa situazione, manifestatasi in modo palese in alcune vicende recenti come quella della campagna di vaccinazione pediatrica in Italia e certificata da molte indagini sociali, è stata perlopiù spiegata come una conseguenza dell’avvento di Internet e della disintermediazione della comunicazione, che hanno portato alla perdita di importanza dei canali tradizionali di informazione e alla proliferazione di opinioni e notizie incontrollate e a volte fuorvianti.

Da qualche mese, dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19, gli esperti hanno riconquistato un posto di primo piano nella società e nella considerazione dell’opinione pubblica. Non gli esperti in generale, a dire il vero, ma alcune specifiche categorie di esperti.

Anzitutto, i medici e in generale gli operatori sanitari che sono stati in prima linea nell’affrontare l’emergenza e che sono additati come i veri “eroi” di questa “guerra mondiale” contro il virus. E poi gli epidemiologi, i virologi e tutti gli scienziati che stanno studiando la malattia dal punto di vista diagnostico, terapeutico ed epidemiologico, ai quali affidiamo le domande cruciali su cure, vaccini e mezzi per prevenire il contagio e sconfiggere la pandemia.

 Ecco allora la presenza, mai così massiccia, di esperti sui quotidiani, in televisione, sui social media, ed ecco soprattutto il continuo ricorso agli esperti da parte dei decisori politici, sia a livello centrale che periferico.

Esperti e politica

Fin dall’inizio dell’epidemia le decisioni politiche che sono state prese nel nostro Paese si sono esplicitamente basate sul parere degli esperti.

Il 5 febbraio il Governo ha nominato un Comitato tecnico scientifico per l’emergenza facente capo alla Protezione civile e formato da medici e altri scienziati con ruoli di responsabilità in organismi sanitari, ospedali e istituti di ricerca (l’attuale composizione è stata resa nota il 20 aprile).

Nelle sue dichiarazioni pubbliche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sempre evidenziato il fondamentale ruolo di consulenza di questo comitato e, più in generale, l’importanza del parere degli esperti nelle decisioni prese dagli organi politici. Nella conferenza stampa del 26 aprile, nella quale ha annunciato la cosiddetta “Fase due”, Conte ha usato i termini di “scienziati” ed “esperti”, spesso congiuntamente, una decina di volte in mezz’ora di discorso, e ha più volte richiamato termini tecnici quali “curva epidemiologica” e “valori sentinella”, senza peraltro spiegarli. E in una conferenza stampa precedente, quella del 10 aprile, nella quale il presidente del Consiglio aveva annunciato la proroga del regime di chiusura per un altro mese, le parole “scienziati” ed “esperti” erano state pronunciate una dozzina di volte in dieci minuti.

Da sempre la politica si appoggia al parere degli esperti, sia presi individualmente – come nella famosa storia del matematico greco Archimede interpellato dal sovrano di Siracusa per aiutarlo a vincere l’assedio dei romani – sia considerati collettivamente come istituzione – almeno da quando sorsero a fine Seicento le prime accademie scientifiche come l’Académie royale des sciences parigina, fondata dal ministro di Luigi XIV Colbert per promuovere le scienze e le arti, ma anche per fornire al sovrano pareri esperti su questioni politiche come l’organizzazione dello Stato.

Da allora il rapporto tra esperti e politica ha vissuto vicende alterne, ma al suo centro è sempre rimasta la questione della responsabilità politica o morale degli esperti nelle decisioni prese sulla base del loro parere o comunque richiamandosi a esso.

 La domanda ricorrente a questo proposito, valida anche al tempo del coronavirus, è la seguente: qual è il confine tra il parere dell’esperto e la decisione politica? E, prima ancora, è possibile tracciare un tale confine in modo netto? In altri termini, e in modo più profondo, i pareri degli esperti possono essere politicamente (o moralmente) neutri?

Un’altra questione che rende il rapporto tra esperti e politica problematico è stata recentemente ripresa nel contesto della pandemia attuale dal noto scienziato e divulgatore inglese Al-Khalili, secondo cui mentre la scienza si nutre di spirito critico e considera l’errore e il dubbio come aspetti fondamentali del suo progresso, la politica considera l’incertezza un segno di debolezza da evitare.

Il problema è che mai come in questo tempo di pandemia anche i cittadini cercano rassicurazioni o almeno indicazioni certe su quello che sta succedendo, e considerano in modo negativo ogni dubbio o cambiamento di opinione degli esperti sulla malattia e i modi per contrastarla. Soprattutto, rimangono disorientati di fronte a scienziati che si presentano sulla scena mediatica con un atteggiamento di aperta polemica nei confronti di colleghi che la pensano diversamente.

Esperti e comunicazione

Secondo uno studio dell’osservatorio Observa compiuto tra marzo e aprile scorsi, il giudizio degli italiani sugli esperti in relazione alla pandemia è sostanzialmente positivo.

Le istituzioni – non i media o i social – sono state individuate fin da subito come la fonte principale a cui rivolgersi per le indicazioni sulle precauzioni da adottare, e in particolare la Protezione civile – la più esposta sul piano istituzionale – è stata fortemente apprezzata, sia per come ha operato sia per la comunicazione offerta, seguita dall’Istituto superiore di sanità.

Il giudizio però cambia se dal piano istituzionale ci spostiamo su quello individuale. Quasi il 48% degli intervistati ha dichiarato che da parte degli scienziati italiani ci sono stati pareri troppo diversi, cosicché si è creata confusione nell’opinione pubblica. Solo il 33% ritiene invece che gli interventi pubblici degli scienziati siano stati chiari ed efficaci.

Sono secoli che gli scienziati parlano anche ai non esperti, basti pensare al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo, ma è soprattutto a partire dal movimento del Public Understanding of Science degli anni Ottanta del secolo scorso che gli scienziati sono diventati “visibili”, cioè sono prepotentemente entrati sulla scena pubblica e nei media.

Tuttavia, sembra che in molti casi non abbiamo ancora imparato le regole della comunicazione pubblica e come ci si deve muovere nelle diverse arene mediatiche che frequentano. Anche in questo periodo assistiamo troppo spesso a scienziati che si accusano reciprocamente di ignoranza in pubblico o che esprimono opinioni non sufficientemente supportate dall’evidenza scientifica, con il risultato di creare disorientamento o alimentare teorie complottistiche.

La pandemia che stiamo purtroppo vivendo è un’occasione unica per ristabilire e rafforzare un clima di fiducia nella scienza. L’apprezzamento dell’opinione pubblica per l’operato degli esperti e la comunicazione delle istituzioni è un segno incoraggiante e positivo. Ugualmente elevato è però il rischio di vanificare tutto questo per l’incompetenza di molti scienziati sul piano della comunicazione mediatica.

2 pensieri riguardo “

Esperti, politica e opinione pubblica

  1. Penso che il problema non sia soltanto la scarsa capacità degli scienziati nella comunicazione mediatica anzi alcuni sono stati sin troppo “abili” a farne un veicolo di autopromozione e per questo non si sono certo sottratti alle polemiche causa di inutile confusione per il pubblico ma foriero di grande pubblicità per i libri sfornati a profusione (gli italiani sembra leggano poco ma comprano libri).
    Ma verrebbe da chiedersi se questi si possano realmente ascrivere al novero degli scienziati.
    Se gli esperti e la comunicazione istituzionale si sono salvati , come appare anche dai dati di Observa, penso sia grazie a una maggior cura alla comunicazione dedicata da parte di protezione Civile e Istituto Superiore di Sanità che si è letteralmente rianimato dal punto di vista comunicativo.
    Credo che uno dei problemi maggiori sia stata, come ben ricordava il professor Greco , la mancanza di giornalisti scientifici capaci di supportare il confronto : avrebbero forse saputo meglio selezionare gli scienziati, gli esperti ( tutti virologi ?) da coinvolgere ed intervistare , avrebbero potuto favorire un dibattito più costruttivo . Si sarebbero evitati diversi spettacoli indecorosi che solo l’ inveterata abitudine al cattivo giornalismo ha potuto far sopportare agli italiani serrati in casa.
    Per età e forse per abitudine sono anch’io fra i consumatori abituali di Tv e ieri sera dopo avere ascoltato l’ennesimo aggiornamento dell’esperto OMS sul coronavirus mi sono sentita proporre l’ennesimo confronto fra il prof. Calabresi ed un’endocrinologa che ha fatto dimagrire Fiorello facendolo smettere di mangiare dopo le 17 a quel punto ho finalmente detto basta ! E’ proprio ora di smettere !

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