La pandemia si sconfigge sul territorio, non negli ospedali

Rincorrere i ricoveri è come raccogliere un’alluvione con un secchiello

di Alessandro Bucci

Le epidemie non si sconfiggono negli ospedali, ma sul territorio.

Ormai questa frase la abbiamo sentita e letta molte volte, ma non tutti la abbiamo sottolineata da subito, e non tutti ne sono ancora convinti.

Non esiste rincorsa alle curve esponenziali di contagio con i soli ricoveri ospedalieri.

Questo è molto chiaro a chiunque abbia coscienza di cosa sia una curva esponenziale e di quale sia la capacità di accogliere pazienti anche dei migliori presidi ospedalieri italiani o mondiali, terapie intensive comprese.

Il tentativo di raccogliere l’acqua coi secchielli una volta che si è rotto l’argine di un fiume o la diga di un invaso è una metafora che può farci capire la “potenza” di un fenomeno che ha un’esplosione numerica di tipo esponenziale e la capacità “puntuale” che singoli presidi ospedalieri possono avere di porre rimedio a un fenomeno di un’altra scala.

Questo ragionamento non è solo da riferirsi alla specificità del Covid-19, di cui è noto un indice di replicazione superiore a molte patologie con trasmissione respiratoria, ma a qualunque episodio pandemico. Non solo: vale per questioni di natura sanitaria come per mettere in sicurezza migliaia di abitanti di fronte a situazioni di pericolo che causano il concentrarsi di molte persone rapidamente.

Dalla sanità alla pianificazione territoriale

Fin dai primi giorni si è resa evidente una strategia che ha interessato ricercatori e studiosi di diversi campi.

i) Anzitutto il mondo sanitario (epidemiologi, virologi, clinici, etc.) ha lanciato il primo input: un rino-virus si stava diffondendo con una capacità di moltiplicarsi pericolosa; questa caratteristica ci è stata in parte comunicata dall’esperienza cinese, e in parte è stata desunta dalla letteratura di casi analoghi.

ii) A seguire, fin dalle primissime ore del mese di marzo, esperti di analisi statistica e identificazione dei modelli, analisi cumulata dei dati (G. De Nicolao, E. Bucci, et al.), hanno lanciato un allarme sulla progressione italiana dell’epidemia del Coronavirus.

Con semplici analisi esploratorie si è evidenziata l’impossibilità del sistema sanitario di reggere nelle zone dei focolai lombardi dopo solo poche settimane. Analogamente sarebbe accaduto per altre Regioni dalla settimana successiva.

Questo tipo di analisi non appartiene propriamente al mondo della medicina.

Queste analisi, oltre ad allarmare tempestivamente l’area lombarda, avevano l’importante compito di allertare le Regioni confinanti: Emilia Romagna, Veneto, Marche, e -verso Ovest- Piemonte. Esse hanno, con margine di errore piuttosto modesto, stimato i giorni di ritardo con cui il flusso del contagio avrebbe travolto queste ultime se non si fossero prese tempestive e drastiche decisioni in termini di misure di contenimento.

iii) È apparsa a quel punto chiara a chi per mestiere si occupa di pianificazione a scala territoriale edella città, di trasporti, di commercio, di gestione dello spazio pubblico aperto (urbanisti), ovvero conosce le variabili che stanno a monte del dimensionamento e dell’ordinario funzionamento di questi ambiti delle nostre città, la necessità di intervenire per “sconnettere” la popolazione dai focolai principali, e distanziarla.

Non solo: anche all’interno di ogni città ancora non investita dal flusso del contagio, si rendeva necessario bloccare le attività e i luoghi tipicamente in grado di amplificare i valori di densità locali.

Il concetto di densità abitativa e di densità connessa al mondo produttivo e ai flussi economici del nostro paese si sono presto rivelati determinanti, e la mappatura del contagio lo ha confermato.

Il virus cammina sulle gambe degli uomini: partire da questo dato

La cultura della sicurezza tipica del mondo ingegneristico ha trovato applicazione immediata: un pericolo (il virus) è capace di creare un danno (malattia o morte). Il rischio è dato dalla probabilità che si venga contagiati. La probabilità con virus in circolo è proporzionale al numero di persone che si hanno vicino, in qualunque momento della giornata (luoghi di lavoro, tempo libero, famiglia, vita civile).

Le epidemie hanno un primo, fondamentale, inconfutabile canale di diffusione: il virus cammina assieme alle gambe degli uomini, e con esse si propaga. Non c’è necessità di inventare altri vettori.

Più gli uomini si spostano, più il virus si espande. Meno gli uomini si muovono e sono isolati, meno il contagio si propaga.  

La sovrapposizione della mappa del contagio Covid-19 del Nord Italia (time-lapse con infografica) con le analisi dei flussi delle attività produttive e della mobilità dei cittadini mostra risultati piuttosto evidenti [fig.1].

Fig.1 COVID-19: analisi della propagazione del contagio nel Nord Italia, Civicarch-Unife. Aumento dei casi di positività nella prima fase dell’epidemia (fonte www.piersoft.it/covid19) e algoritmo che evidenza maggior densità abitativa e intensità delle attività produttive in condizioni ordinarie, fonte: reddit.com/r/Italy credits: iAmJoined-r/italy

Ad oggi, inoltre, la rappresentazione della progressione geografico-numerica dei decessi per coronavirus degli ultimi mesi (dati ufficiali Ministero della salute) conferma l’esito degli studi condotti in termini di diffusione del contagio e di direttrici di propagazione [Fig.2].

Fig.2 Progressivo dei decessi ogni 10.000 abitanti dal 8/3 al 11/5/2020: in evidenza la direzione di propagazione lunga la via Emilia.
Fig.3 Comparazione tra valori della densità abitativa nazionale, rete delle principali arterie stradali e ferroviaria, aumento dei decessi rispetto alle medie precedenti forniti dall’Istat per il bimestre marzo-aprile 2020.

Occorre rimarcare un aspetto molto importante sulle fasi dell’emergenza sanitaria, per cercare di imparare da questa esperienza e fare meno errori di fronte a nuove possibili ondate.

Esiste un intervallo temporale da dedicare esclusivamente alla messa in sicurezza del maggior numero possibile di persone: in questa fase, a livello sostanziale e di comunicazione, occorre privilegiare la semplicità delle analisi che evidenziano i principali ordini di grandezza delle variabili in gioco e la loro capacità di dare indicazioni utili per far proseguire la vita e le attività in sicurezza, evitando il peggio.

Poi segue la gestione dell’emergenza in cui si aggiungono considerazioni che debbono necessariamente andare oltre la sola salvaguardia della salute della popolazione (economia, politica, etc.).

La metafora del tir citata dal Prof. G. De Nicolao (Unipv) è quanto mai opportuna.

Primo: evitare il Tir che ci sta per investire

Una persona che si vede arrivare un tir addosso deve, per prima cosa, scansarsi. Scendere giù di strada. Quando è rimasta viva, potrà studiare molto attentamente il modello della dinamica del veicolo, la velocità con cui arrivava il mezzo, l’attrito dei pneumatici, etc..

Il tir lanciato a grande velocità verso la popolazione (l’epidemia) era potenzialmente il medesimo per tutte le Regioni. Il tempo di impatto era però differente a seconda delle aree. L’unico “freno a mano” possibile era (e in parte lo è ancora oggi mentre scriviamo) il distanziamento sociale.

Va anche evidenziato come il “Dt” (differenza di tempo) tra l’esplosione del contagio in Lombardia e in altre Regioni è stato ciò che ha reso fisicamente osservabile per molti l’arrivo del tir sulla carreggiata, perché di fatto è innegabile che esista una parte della popolazione italiana che, ahimè, il tir non lo ha proprio visto arrivare, e quindi ne è stata travolta.

La metafora è valida anche nella misura in cui il camion è già transitato. Il fatto che sia andato oltre non significa che sia stato eliminato. Lo abbiamo visto, ci siamo messi giù di strada mentre passava. Questo è il significato del lockdowndi milioni di persone in Italia. Il veicolo è però ancora circolante, seppur a minor velocità.

La diffusione del contagio è dunque un fatto tutt’altro che ineluttabile e incontrollabile, è innanzitutto un fatto fisico. 

Fig.4 plot della diffusione del contagio dopo 30 giorni dall’inizio dell’epidemia in Italia: in evidenza le province meno colpite a quella data.

Il distanziamento non è solo sanitario: è l’urbanistica che progetta lo spazio fisico

A chi studia e amministra le città deve interessare l’applicazionedi questo principio fisico all’urbanistica. Lo studio dello spostamento delle persone non è del ramo medico-sanitario, e questo è il motivo per cui all’urbanistica – anche nelle situazioni di emergenza – si deve chiedere di più e, parallelamente, essa stessa pretende come disciplina di essere più ascoltata.

Nessun componente delle task-force nominate ha mai avuto queste competenze, come è del tutto evidente che quasi tutta la gestione dell’emergenza nella programmazione della Fase 2 non si è basata sul principio della proporzionalità del rischio con la densità di individui a parità di flusso di contagio e sulla tutela in primis dei luoghi che per loro natura causano aumento di densità.

Si è pensato soprattutto alla tipologia di attività (si veda codici Ateco), e alla loro essenzialità nella vita degli abitanti. Questo non sempre collima con la situazione urbana delle attività, la loro interazione con la morfologia dello spazio pubblico aperto circostante, e quindi con l’effettiva capacità che esse hanno di generare assembramenti ed essere più o meno sicure.

Fig.5 Analisi comparativa attraverso lo strumento del TransettoUrbano di alcune città della Pianura Padana. Gli ambiti urbani con caratteristiche fisiche-morfologiche con maggiori risorse in termini di difesa dal contagio risultano essere quelli del T3-T4, ovvero della così della Città Giardino (minor densità seppur capace di garantire servizi di prossimità ai suoi abitanti, rapporti di copertura equilibrati – spazio verde/costruito)

Che si tratti di edifici pubblici, di gestione dello spazio pubblico aperto, di trasporti, etc., nulla cambia sul principio fisico del contagio. Non far entrare persone in un negozio che vende maglioni ma “sì” dentro un autobus è stata la sintesi di questa schizofrenia, che è però in parte comprensibile nella misura in cui l’interesse generale del governo è la salute pubblica e alcune cose vengono ritenute “essenziali”, altre secondarie o differibili. 

Questa differibilità è presto divenuta il tema centrale, poiché ha generato problemi economici rilevanti, in assenza di sufficiente sussidio pubblico.

La buona pianificazione strategica urbana in tempo di pace garantisce l’efficienza della sanità nella crisi

Di solito il compito della pianificazione strategica è esattamente l’opposto di quello che è stato richiesto in queste settimane. Lo studio prevede lo sviluppo di tecniche per “concentrare” le persone in un luogo, per “amplificare” i valori di densità abitativa locale (per esempio piuttosto bassi per Ferrara) “catturando” il transito delle persone, siano essi turisti, pendolari, cittadini di altri quartieri. Ciò accade per far funzionare meglio edifici, attività, spazi, così detti strategici, il trasporto pubblico, o, in generale, rendere di maggior successo piazze e luoghi aperti, o per far lavorare al meglio la rete del commercio diffuso o la grande distribuzione.

Il tema della ricercata densità abitativa per le nostre città è in questi ultimi anni divenuto particolarmente importante anche in termini di “efficienza urbanistica” dei modelli insediativi: quest’ultima è quell’insieme di discipline che ha il compito di rendere virtuosa una città per i servizi alla persona, la qualità della vita, l’ambiente, e, non ultima, l’efficienza amministrativa, ovvero la sua capacità di finanziarsi con risorse locali.

È infatti accettato e perseguito da anni da ogni soggetto politico il principio che i nostri enti locali debbano sempre più garantirsi il loro funzionamento contando il meno possibile su finanziamenti del governo centrale (federalismo fiscale).

Fig.6 il metodo di analisi del transetto applicato alla città di Bologna: il T3 rappresenta la città giardino, un modello che si differenzia dai suburbs delle villettopoli per la presenza di un reticolo di isolati formato da strade e piazze, verde pubblico e privato bilanciato, edifici collocati a padiglione sul lotto o lungo la strada ma comunque sempre ad essa allineati, densità non inferiore agli 80/100 abitanti per ettaro, conseguente presenza di servizi tra cui commercio di vicinato e uffici pubblici, trasporto pubblico.

Oggi il percorso dell’emergenza è stato il contrario: come “disinnescare” il principio delle fluttuazioni di densità quotidiane legate alla vita urbana e alle sue attività, per tenere lontane le persone (distanziamento sociale). È evidente come le variabili in gioco e i numeri siano esattamente i medesimi del processo che vuole concentrare il numero di persone tipico della pianificazione strategica.

La ricerca medica è ciò che salva le vite, ma in una situazione di emergenza la pianificazione, l’analisi cumulata dei dati, la corretta identificazione di modelli di simulazione e la capacità di fare previsioni sulle città è ciò che può dare lei il tempo di farlo. 

E per questo occorre ascoltare urbanisti, ingegneri, fisici, matematici.

Alessandro Bucci, Ing PhD, Docente di Recupero Edilizio e Rigenerazione Urbana, Dipartimento di Ingegneria Unife, Laboratorio Civicarch. Consigliere dell’Ordine degli Ingegneri di Ferrara e referente coordinatore della Commissione Urbanistica-Viabilità-Ambiente. Delegato in Federazione Regionale Ingegneri Emilia Romagna-Commissione Assetto Territorio. Studioso della Città Contemporanea ed esperto di pianificazione strategica del Commercio. Segretario dell’Associazione Internazionale A Vision of Europe, co-fondatore della Rete Internazionale ECCN – Eco-Compact City Network.

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