Rifacciamo scuola: al centro l’ambiente. E Dad con giudizio

L’e-learning potrà aiutare, ma il pensiero critico ecologico è la vera novità

Opinioni

di Raniera Gioacchini

Ridurre il numero di studenti per classe, aumentare il personale docente (anche temporaneamente), organizzare turni per le classi dove non ci siano abbastanza aule, utilizzare gli spazi aperti, tipo i giardini, nei mesi miti e concentrare la Didattica a distanza (Dad) nei mesi freddi. Così si potrebbe tornare a scuola a settembre.

Investire quindi sulle persone e sull’ambiente reale, non sulle webcam e sulla realtà virtuale, dove l’essere umano può giocare e talvolta lavorare, ma non può vivere e imparare. L’apprendimento avviene nella relazione tra docenti e discenti nella comunità educante, e la relazione umana necessita della presenza: non è un film.

Blended learning, ma con giudizio

E’ importante che i docenti, a loro volta, siano disponibili a turnarsi su orari mattutini e pomeridiani e a riprogettare il blended learning, una didattica mista che concentri nei momenti in presenza le attività che è indispensabile fare faccia a faccia, e lasci online invece quelle attività che possono essere fatte in remoto (esercizi con autocorrezione, lezioni frontali, ricerca, visione e elaborazione di materiali).

Il meno possibile va fatto a distanza, perché per tutti è dannoso per la salute passare tante ore fermi davanti a uno schermo, non importa se si gioca a un videogame o si segue una lezione di storia.

I docenti dovrebbero essere anche disponibili ad ampliare la propria formazione e a mettersi in gioco per includere strumenti adatti alla Dad: in realtà la maggior parte di loro lo ha già fatto in questi mesi, tuttavia rimane la difficoltà e il timore di forzare il sistema, perché non tutti (dirigenti scolastici, docenti, studenti) sono pronti ad innovare.

Sperimentare soluzioni nuove

Questo è il tempo di in spingere sulla creatività e sulla sperimentazione, sull’esplorare strade interdisciplinari cui si curva insieme: percorriamo lo stesso sentiero e ognuno di noi racconta quel che vede dal suo punto di vista.

In marzo, in alcune classi dell’Istituto tecnico agrario F.lli Navarra è stata creata l’ Unità didattica di apprendimento “CoVidConnections”, che ha visto la collaborazione di docenti di lettere, inglese, zootecnia, gestione dell’ambiente, e degli studenti. L’obiettivo era alzare gli occhi dal sapere costituito e organizzato, dare un senso a ciò che accade, per viverlo nella sua complessità, non superficialmente, e connetterlo alle discipline.

Al tempo stesso volevamo cogliere l’opportunità per migliorare le competenze digitali (video making, ad esempio) e il pensiero sistemico sia degli studenti sia dei docenti.

Didattica ecologica

La connessione di questa pandemia con la distruzione degli ecosistemi, con la perdita di biodiversità, con i limiti della globalizzazione e della delocalizzazione, con l’esaurimento delle risorse, ha messo in luce non solo il bisogno di integrare la Dad nella scuola, ma soprattutto la necessità di ricostruire i nodi del sapere, per affrontare la transizione necessaria verso comunità resilienti e sostenibili.

Tutto in questi mesi di immobilità forzata ci ha mostrato il presente cambiare in fretta, mentre il tempo della nostra vita rallentava: le immagini della biosfera che si riprende, della Terra che respira, dell’aria e dell’acqua libere dall’inquinamento hanno lasciato tutti a bocca aperta.

La biosfera si è mostrata viva e resiliente, capace di recuperare in fretta, quando noi umani rallentiamo, ed è il messaggio più potente che ci ha lanciato: ci ha chiarito come può e deve essere il futuro, in uno squarcio di realtà vera, “non virtuale”, che le nostre frenetiche attività nascondevano.

L’alfabetizzazione climatica e ambientale (ecoliteracy) va messa al centro della nostra sperimentazione didattica, ora che sappiamo che “non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema”.

Al centro il pensiero critico sistemico, l’intderdisciplinarietà e l’ecologia

Un orario con lezioni di 45 minuti è più sostenibile e lascia parzialmente il tempo ai docenti per progettare il blended learning, con la parte di didattica online che deve essere comunque molto limitata.

La crisi che stiamo vivendo ci dà l’opportunità di creare una nuova didattica che mette al centro il pensiero sistemico, il criticalthinking, l’interdisciplinarietà, l’ecologia e va oltre la ripetizione del sapere, per fare emergere e potenziare la creatività: se vogliamo davvero costruire comunità locali resilienti e sostenibili, per affrontare le sfide dell’emergenza climatica e ambientale nei prossimi decenni, abbiamo bisogno di liberarci dei modelli ripetuti e appresi per secoli, delle sovrastrutture e dei sistemi di credenze che giustificano l’attuale modello sociale (fondato su abbondanza di energia e risorse che sono consumate e trasformate in rifiuti a ciclo continuo).

Tutto questo ci ancora a un passato che non esiste più, mentre il presente cambia rapido: per adattarci, è necessario sostenere la motivazione, il coinvolgimento, la forza emotiva e il coraggio delle persone, che saranno la molla della trasformazione e ricreazione della società.

E’ anche necessario passare più tempo all’aperto, fuori dalle aule chiuse, per toccare con mano, letteralmente, e sentire la realtà e l’ambiente di cui siamo parte.

I docenti, come i sanitari, hanno resistito: ora il cambiamento

La professione del docente è sempre stata slegata dalle ore in aula, che sono solo la punta dell’iceberg del mestiere. La didattica online ha reso ancora più palese quanto tempo invisibile è necessario per una buona ora di lezione visibile.

I professionisti dell’apprendimento, i docenti, hanno dimostrato di essere in grado di adattarsi e far fronte a un’emergenza che ha travolto tutto il mondo come uno tsunami. Hanno agito con responsabilità e buona volontà, per garantire che il servizio di istruzione pubblica non si interrompesse. Lo stesso hanno fatto i medici e il personale sanitario che hanno resistito in prima linea, rischiando vita e salute, per garantire che il sistema sanitario pubblico continuasse a funzionare.

Il fatto che questi professionisti dell’apprendimento e della salute si siano caricati sulle spalle il funzionamento di sistemi carenti e sottodimensionati, trascurati da decenni, non può diventare la scusa per continuare ad appesantire e distruggere le fondamenta e i nodi della nostra società: deve invece essere il volano che ci permette di modificare quelle connessioni e irrobustire quelle fondamenta che il CoVid19 ha illuminato in modo spietato, ma anche provvidenziale.

(Raniera Gioacchini è insegnante, formatrice professionale e attivista ambientale)

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Rifacciamo scuola: al centro l’ambiente. E Dad con giudizio

L’e-learning potrà aiutare, ma il pensiero critico ecologico è la vera novità
  1. La tecnologia ha finalmente mostrato i propri limiti. Possiamo dirlo dopo mesi di didattica on line e dico finalmente perché per troppo tempo il nostro sistema culturale si è basato sulla convinzione che dai danni recati all’ambiente ci si sarebbe salvati grazie al progresso tecnologico.

    Quel progresso tecnologico che avrebbe dovuto salvare il nostro sistema di istruzione è non l’ha fatto. Quel progresso tecnologico che in materia sanitaria non ha salvato i più deboli nemmeno coi ventilatori artificiali e con il proliferare a tempo di record delle terapie intensive. Si chiama tuttalpiu riduzione del danno, quello che la tecnologia può fare!

    La realtà che questa epidemia ci mette sotto gli occhi è quella della compromessa interazione uomo – natura. Il virus si diffonde da un mercato che fa scempio del rispetto degli ecosistemi, si diffonde maggiormente nelle aree ad eccessiva concentrazione umana e di inquinamento e si ferma soltanto con le prassi di “buona educazione”, il rispetto dell’altro negli usi e costumi del nostro vivere sociale. Un rispetto dell’altro che non è il distanziamento fisico o l’uso della mascherina, ma la consapevolezza che il mio comportamento ha effetto su quello degli altri e sull’ambiente nel quale vivo.

    Questa è la lezione che ci viene e che dobbiamo assolutamente apprendere se vogliamo avere un futuro che non sia riservato solo ai piu forti e questo è il messaggio che il sistema scolastico deve fare proprio in maniera decisa. Il che si traduce in un modo completamente diverso di fare didattica. Abbandonando prima di tutto le individualistice competenze chiave tutte centrate sullo sviluppo personale dell’individuo, sempre inteso slegato dal contesto ambientale in cui vive, un contesto che non è da intendersi come il proprio Paese o citta ma l’universo mondo di cui facciamo parte!

    Introdurre tra le competenze lo spirito d’iniziativa e di imprenditorialità, fin dalla scuola primaria, significa orientare l’educazione alla preparazione di individui che devono prima di tutto realizzare il successo personale e attivarsi per la trasformazione della società in senso capitalistico. Ovvero esattamente quel sistema che sta mostrando tutti i propri limiti di sostenibilità. Ecco perche credo sia ingiustificabile pensare che la scuola possa diventare un coacervo di tecniche miste tra la presenza e la distanza. E credo sia anche molto pericoloso avallare anche solo in parte l’uso della DAD, che non mette in discussione il sistema attuale.

    Non si può fare ecologia attraverso un computer o un tablet o uno smartphone che per essere prodotti e utilizzati richiedono un forte impatto ambientale. E noi abbiamo bisogno prima di tutto di lezioni di ecologia e di socializzazione, perché non a caso si è usato il termine distanziamento sociale anziché fisico, come si sarebbe dovuto. Il pensiero imperante funzionale al predominio delle grandi multinazionali economiche, finanziarie e tecnologiche è proprio quello di creare distanza sociale tra gli individui: i vecchi coi vecchi , nelle Rsa, i lavoratori confinati nei luoghi di produzione e i giovani assecondati ai ritmi del video!

    Questo è quello che, a mio avviso, ogni insegnante con una seria deontologia professionale deve combattere e agire al contempo per la creazione di persone open mind, con pensiero critico e consapevoli della propria impronta ecologica sull’ambiente. Sono constatazioni che un certo tipo di movimento avanzato, soprannominato No global, aveva già prospettato all’inizio degli anni ’90, mi riferisco a pensatori come Serge Latouche o Wolfgang Sachs e che oggi mostrano tutto il loro valore “profetico”, ma che dovrebbero diventare la base da cui ripartire per una educazione che si riappropria dello spazio fisico ecologicamente compatibile.

  2. Il distanziamento sociale anziché fisico è davvero lo specchio di un sistema economico-sociale che non funziona più. Le parole usate sono il riflesso della volontà di separare le persone, non solo dall’ambiente di cui sono parte, ma anche tra di loro. Anche la scuola, organizzata ancora per gruppi fissi e chiusi in base all’anno di nascita e per discipline separate, rispecchia la stessa concezione che ha portato, in ultima analisi, all’illusione di essere monadi avulse dall’ambiente, capaci di pensare solo a se stessi, ignorando l’ecosistema in cui siamo immersi. Da cui, come scrive Marzia Marchi, l’enfasi sulle competenze individualistiche, slegate dal contesto globale. E’ tempo di bilanciare questo squilibrio palese, che la pandemia ha impietosamente messo sotto i riflettori. Nella scuola, è tempo di fare, e non solo parlare di, ecologia della mente e delle azioni.

    Sulla tecnologia, sono parzialmente d’accordo. Tecnologia è una penna a sfera, una forchetta, un ventilatore, una connessione in rete, una pillola medicinale, ed è integrata nell’ambiente fisico-biologico in cui viviamo. Ci ha portato grandi vantaggi e continuerà a portarcene, ma è altrettanto indiscutibile che non può abbattere i limiti della vita e del pianeta. La questione è qui: riconoscere i limiti e l’abuso della tecnologia, trasformarla affinché il suo impatto sia meno dannoso possibile e con la possibilità di riciclare e riusare i materiali di cui è composta. Smettere di usarla, quando non è strettamente necessaria. Non usiamo più l’amianto nelle costruzioni, non usiamo più il DDT e molte altre sostanze nocive perché abbiamo riconosciuto ed accettato la loro pericolosità per la salute e per l’ambiente – che alla fine sono la stessa cosa.

    In un mondo in cui la fonte di energia è molto performante e i materiali sono di facile accesso (eventualmente anche sfruttando il lavoro di sconosciuti e invisibili abitanti di paesi lontani) era facile cadere nell’utopia di una crescita infinita e creare una sovrastruttura per cui consumare velocemente oggetti ed esperienze bilanciava la sovrapproduzione resa possibile dall’abbondanza di energia a buon mercato e di manodopera al limite della schiavitù. Rispondeva bene all’innato bisogno di novità e cambiamento della specie umana. E’ come se avessimo accelerato così tanto fino a cominciare a girare come trottole, incapaci di capire la direzione del movimento. In questo turbinio stiamo distruggendo ciò che ci circonda e fatichiamo a riprendere il controllo e a rendere sostenibile il nostro viaggio. Al tempo stesso, proprio la tecnologia ci ha permesso di andare e di vedere lontano, e di scoprire come i prodotti che consumiamo sono realizzati, da chi e in quali condizioni. Ci ha permesso di conoscere e riconoscere.

    Per quanto riguarda la scuola, condivido l’opinione che la DaD abbia limitato i danni, per chi ha potuto farla (sono tantissimi i bambini e ragazzi che non hanno potuto fare neanche quella), ma che debba rimanere tale: un cerotto, che non cura, ma evita il peggioramento della situazione di emergenza, e va tolto il prima possibile. Il suo più grande merito è proprio l’averci mostrato con chiarezza che non funziona per la maggior parte delle attività di apprendimento.

    L’uso della rete a scuola va migliorato quindi e limitato ai momenti e alle attività in cui il gioco vale la candela, a partire proprio dalla consapevolezza che ogni volta che usiamo un oggetto tecnologico e consumiamo elettricità stiamo lasciando un’impronta ecologica che non si cancellerà. Ecco perché la videoconferenza per una riunione tra adulti può avere un valore, se evita spostamenti impossibili da fare a piedi o in bici (ed è quindi vantaggiosa per la minor quantità di gas climalteranti emessi): ma prima di fare quella riunione, in presenza o in remoto, è bene chiederci se sia davvero necessario farla. Ridurre cioè, prima ancora di riusare e riciclare/trasformare oggetti e attività che sono poco sostenibili a lungo termine.

    Il pensiero critico ecologico è un modo di concepire il sistema in cui viviamo come un insieme di reti, nodi, relazioni, flussi, leve, forze, esseri viventi, in cui tutto è collegato: non è il pensiero lineare e dicotomico del io vs.tu, del sì vs no, della causa vs effetto. L’ecologia parte nella mente, ricordando un testo di Gregory Bateson1, e una mente sana è una mente sociale, abituata ad interagire con gli altri, avvicinandosi ed allontanandosi in base alla situazione, una mente che ha appreso a non nuocere agli altri, dove gli altri non sono solo “gli altri umani”, ma sono tutti i viventi con cui siamo in relazione nel nostro habitat, la nostra casa comune.

    1. Gregory Bateson, Steps to an Ecology of Mind, Chandler, 1972 (tr. it. Verso un’Ecologia della Mente, Adelphi, 1976)

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