I bisogni educativi speciali si tutelano anche online

Per Tamara Zappaterra di Unife l’emergenza sarà un’opportunità

di Mariasilvia Accardo 

Rendere possibile l’inclusione a distanza degli studenti con bisogni educativi speciali (disabili, immigrati, alunni con difficoltà di apprendimento o impossibilitati alla normale frequenza scolastica). È questo l’obiettivo dell’area di ricerca dell’Istituto per le tecnologie didattiche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itd-Cnr) dedicata all’inclusione che ha aperto uno “spazio in progress per supportare gli insegnanti – durante l’emergenza Covid-19 – attraverso azioni di formazione e condivisione. 

La sfida è una #scuolainclusivaacasa. Ma com’è possibile, in un momento nel quale si è improvvisamente perso il contatto fisico con gli studenti e si sono attivati aule virtuali e materiali didattici digitali, rendere la scuola un luogo, un contesto culturale che possa appartenere a tutti, e, contemporaneamente, adatto a ciascuno?

Tamara Zappaterra, docente di didattica e pedagogia speciale all’Università di Ferrara

Ne abbiamo parlato con Tamara Zappaterra, docente di didattica e pedagogia speciale all’Università di Ferrara.

Quali sono i rischi per gli alunni con disabilità in un ambiente didattico completamente a distanza?

La didattica a distanza, come quella in presenza, è in grado di supportare i processi di apprendimento. Tuttavia, la mancanza di prossimità fisica nelle aule virtuali può esporre alunni particolarmente fragili, come quelli con disabilità, ad alcuni rischi. 

Il primo, ovvio, è l’isolamento sociale, o quanto meno la povertà di relazioni con i compagni, un rischio che, se riguarda tutti gli alunni, nel caso dell’infanzia e della disabilità assume aspetti ulteriormente negativi. I bambini imparano a fare le cose insieme, osservandosi a vicenda, interagendo spontaneamente e instaurando delle relazioni: la dimensione emotiva che accompagna l’apprendimento è un valore aggiunto. La scuola, infatti, non è solamente un contesto importantissimo per la socializzazione, ma un’istituzione che pone l’apprendimento delle regole sociali proprio come una delle sue finalità educative. 

Ecco allora che l’ulteriore rischio è che, dove vi siano delle difficoltà determinate dalla disabilità, l’impoverimento della dimensione sociale con i compagni non mediato dagli insegnanti può minare il raggiungimento di determinati obiettivi, sia di apprendimento sia di autonomia.

Quali indicazioni si possono quindi dare agli insegnanti di sostegno e curricolari per far sì che la didattica a distanza non discrimini, aggravando le diseguaglianze, o addirittura creandone di nuove?

Possiamo certamente suggerire agli insegnanti alcuni elementi a cui prestare particolare attenzione nell’attività didattica a distanza:

  • instaurare delle routine che coinvolgano la dimensione emotiva: assumere uno schema preciso delle attività della giornata rafforza negli alunni il senso di sicurezza che in questo periodo può essere molto debole;
  • privilegiare una didattica volta al “fare”: dedicare la maggior parte del tempo ad attività di carattere pratico, coltivando l’aspetto creativo e riducendo al minimo il carico cognitivo dell’alunno. Ciò può aiutare a costruire la propria identità, il senso di sé e l’autonomia;
  • rinforzare l’intersezione tra la didattica della classe e quella individualizzata dell’alunno: questo è un elemento cruciale del modello scolastico italiano rispetto alla disabilità, ed è molto importante che anche nella didattica a distanza non venga lasciato indietro. 
  • attuare forme di tutoring: valorizzare la risorsa compagni è un’altra delle indicazioni che possiamo prendere in prestito dalla didattica tradizionale. A turno uno dei compagni è scelto dall’insegnante per condividere le attività dell’alunno con disabilità. Il compagno tutor aiuta a costruire competenze relazionali e comportamentali perché funge da modello, e la sua presenza può aiutare l’alunno ad abbassare l’ansia della prestazione o il suo disagio nell’ambiente virtuale; 
  • rinsaldare l’alleanza con la famiglia: si può prevedere un preciso coinvolgimento della famiglia nell’attività didattica, dal momento che un famigliare è generalmente già presente per il supporto tecnico. Questa compartecipazione della famiglia alle attività scolastiche può favorire una maggiore coesione di intenti di scuola e famiglia rispetto alle finalità educative. Inoltre a lungo termine ciò potrebbe favorire nell’alunno un aumento delle capacità di transfer degli apprendimenti tra il contesto domestico e quello scolastico o viceversa.

È quindi possibile trasformare questa situazione di emergenza, che ha modificato radicalmente il nostro approccio a vita e socialità in un’opportunità di crescita, miglioramento e maggior inclusione per la scuola?

Sì, questa condizione può diventare l’occasione per rinforzare la collegialità della programmazione della classe e della programmazione individualizzata, individuando punti di intersezione che, mettendo la dimensione emotiva-affettiva al centro, prevedano maggiori forme di partecipazione attiva dell’alunno.

Una ulteriore opportunità è quella data alla scuola di stringere un’alleanza salda con la famiglia dell’alunno con disabilità che viene qui chiamata a partecipare direttamente, potendo cogliere con mano il senso e le finalità delle attività didattiche programmate.

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