Il blocco ha pulito l’aria, che ora rischia di peggiorare per il distanziamento

Interventi sulla mobilità inderogabili per associazioni e istituzioni

di Francesca Bonazza

Dall’inizio della pandemia di Covid-19 il numero di voli nel mondo si è ridotto di circa il 70%, con punte che hanno toccato il 90% in alcuni Paesi e un conseguente notevole miglioramento della qualità dell’aria. 

Il settore dell’aviazione è infatti una delle principali fonti di emissioni climalteranti: un aereo emette in media 394,5 grammi di CO2 per passeggero ogni chilometro, mentre una macchina ne rilascia 146,6, un autobus 43,2, e un treno 5,4. 

In una lettera destinata al nostro Paese, presentata nell’ambito della campagna “Ritorno al futuro”, il movimento Fridays for Future ci esorta a ripensare l’attuale pandemia come un’occasione per ripartire con una rivoluzione ecologica che coinvolge l’intero sistema. 

Così come il movimento studentesco internazionale di protesta, anche Green Peace e Legambiente auspicano il cambiamento del modello economico dell’intero Pianeta e la mobilità dolce. 

Un cielo carbon free

Già nel 2001 la Commissione Europea presentando un rapporto ufficiale, ha proposto circa sessanta misure volte a valorizzare le ferrovie e il trasporto via mare, e a controllare invece la crescita del trasporto aereo.

Fino a ora, le compagnie aeree hanno contribuito solamente in maniera marginale con miglioramenti di efficienza nell’uso di kerosene e con l’impiego di biocombustibili, che ammontano però a solo lo 0,01% del totale. Tale quota potrebbe giungere, secondo l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, fino al 2% entro il 2025. 

Ma già agli attuali livelli di produzione, i biocombustibili sono responsabili di gravi impatti socio-ecologici a livello globale: deforestazione, espansione delle monocolture e accaparramento dei terreni.

Del resto, è accertata l’improbabilità di riuscire a realizzare, in un prossimo futuro, aerei di linea alimentati da motori elettrici.

Quindi, mentre si investe sulla mobilità alternativa nelle grandi città, incentivando l’uso della bicicletta e gli spostamenti a piedi, per quanto riguarda la viabilità in alta quota, l’unica soluzione sembrerebbe essere un cielo libero da aerei.

Il distanziamento non si fa con l’auto privata

Secondo il sondaggio di Areté Methodos risalente a metà aprile, con l’apertura della “fase 2”, su un campione di 500 italiani intervistati, il 72%, avrebbe usato l’auto privata, mentre solamente il 3% si sarebbe affidato a servizi di car sharing. L’utilizzo dei mezzi pubblici raggiungerebbe meno del 10%, l’opzione bicicletta solo l’8,37% e ancor meno per scooter, moto, bicicletta condivisa e taxi.

I dati si avvicinano così a quelli dell’indagine Ipsos effettuata ad Hubei, regione dove si trova Wuhan, che testimoniano l’uso dell’auto privata come principale modalità di spostamento capace di limitare il contatto con estranei.

Un incremento tale del trasporto privato sarebbe insostenibile per le infrastrutture stradali italiane, e aumenterebbe inevitabilmente i livelli di inquinamento atmosferici, per questo è necessario ripensare la nostra mobilità.

Considerando l’auto privata come unico mezzo necessario a garantire il non-contatto fisico con gli estranei, si rischia di sottostimare quindi il gravoso impatto ambientale, derivato  da un suo utilizzo massimo.

Per questo sono state previste misure mirate a segnare una svolta ambientale, come nel caso del piano promosso dal comune di Milano, che pone al centro della vita urbana ciclabilità e pedonabilità.

La possibile correlazione fra le micorpolveri in zone altamente inquinate, anche a causa dell’intenso traffico metropolitano, e la diffusione del virus è già stato oggetto di ricerca del gruppo guidato da Sima (Società italiana di medicina ambientale) in collaborazione con le Università di Bologna e Bari.

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