Il racconto dai reparti di Terapia intensiva, la parola è la cura (1)

Voci in diretta. Nel blog “Vissuta intensiva” le storie degli infermieri

di Daniela Berardinelli

Gli infermieri sono fatti di storie, ne hanno sempre da raccontare, da narrare come fosse la prima volta, perché in fondo, quelle storie, sentite da pazienti o nate dal rapporto di cura quotidiano, sono diventate anche un po’ loro e fungono da motore per l’assistenza.

Chi conosce la medicina narrativa è abituato a leggere e ascoltare i “vissuti” di malattia, la prospettiva soggettiva di ogni paziente. Il blog “Vissuto intensiva” è la voce di ì tutti i professionisti sanitari che stanno prestando servizio nell’era Covid-19.

Su “Vissuto intensiva”, si possono leggere racconti di quello spazio ospedaliero – il reparto di terapia intensiva – dove la terapia può essere intesa sia come ambiente sia come atto di cura e assistenza.

La parola come cura

La parola stessa può essere cura, e condividere la propria storia è un modo per “liberarsi”, stare meglio, respirare al di fuori di una maschera che non permette all’aria pulita di entrare, e nemmeno al malessere che ci si porta dentro di uscire.

La parola stessa può essere cura (©Laboratorio Design of Science – Dos, Unife)

I racconti che il blog “Vissuto intensiva” ospita arrivano da tante Regioni italiane. Quello che subito emerge sono le emozioni, che balzano tra le righe e arrivano dirette al lettore: paura, incertezza, dubbi.

Marzo, i giorni della paura

I primi racconti risalgono a metà marzo, la pandemia è scoppiata da poco nel nostro Paese, non eravamo preparati, potevamo esserlo? Nessuno avrebbe potuto immaginare uno scenario simile, gli infermieri si domandano: “Dove metteremo altri letti? Ci arriveranno le tute, le mascherine? Come possiamo assistere meglio? Come possiamo formare i nuovi colleghi velocemente e in modo sicuro?”.

Le paure non riguardano però solo il mondo del lavoro, ma anche quello di casa, dal quale ogni giorno ci si deve separare: “Esco dall’ospedale con addosso la paura di non essere stato abbastanza attento, anche perché forse i dispositivi di protezione individuale che ci vengono forniti non sono sufficienti. La paura è infettare chi a casa ti aspetta e ti ama, e che anche tu ami”.

L’ospedale, divenuto una casa a tutti gli effetti per molti, “perché ormai il sistema di timbratura ha perso il conto delle ore straordinarie” Il lavoro assume metafore nuove nelle parole dei sanitari divenuti scrittori.

Non solo guerra: tante metafore raccontano la pandemia

Dapprima sembra di trovarsi all’interno di un “incendio”, poi il Covid appare come “un’onda” che sta per avvicinarsi, “ed anche se purtroppo ci sono già annegati, dobbiamo rimanere a galla con tutte le nostre forze”. In fondo “siamo tutti nella stessa barca”.

Questa pandemia ha al contempo portato con sé qualcosa di nuovo, tra cui l’emergere di una consapevolezza, dove “nulla è più scontato, tutto è dono”, “dal risveglio del mattino, a ogni piccola piega del quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri è diventato, più vorticoso di prima”.

L’elemento di forza che traina le giornate è la “solidarietà reciproca, sembra di essere tutti amici, una sensazione mai provata prima”. “Siamo stranamente diventati tutti uguali, marinai della stessa nave che attraversa oceani tempestosi, non si distinguono più mozzi e capitani”.

Si è parlato molto di “guerra”, qualcuno ha sposato questa metafora, altri l’hanno rifiutata, ma un infermiere ricorda che “i nostri nonni ci raccontavano che la guerra ti cambia dentro”. Non è forse quello che sta facendo il virus? Ci sta portando via molti nostri anziani, “gli ultimi baluardi rimasti della memoria storica delle grandi guerre”. (1. Continua)

(Daniela Berardinelli, Infermiera, collabora a La Lampada delle Scienze)

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