Il racconto dai reparti di Terapia intensiva, la parola è la cura (2)

Solitudine straziante: i malati in una bolla, i sanitari in uno scafandro. Voci in diretta dal blog “Vissuta intensiva”

di Daniela Berardinelli (parte prima)

“Dai, che ne veniamo fuori. Sei stata bravissima.

Guarda, stai respirando tutta da sola.
Sei ad un passo da uscire da qui.
Devi solo continuare così.

Ora prova a farmi un bel sorriso, da brava, così.
Sorrido io e sorride lei.
E quel sorriso sdentato, affaticato, inaspettato, ripaga ogni singolo sforzo.
Anche oggi la giornata te la sei guadagnata, mi dico.
Ora è tutto in ordine,
puoi uscire a respirare un po’ anche tu”.

Tutto questo – sono le parole dal blog di medicina narrativa “Vissuto intensiva” – è essere un infermiere.

Identità stravolte 

Il Covid ha colpito anche l’identità dei sanitari: molti non sanno più chi sono. “Sono un medico, un anestesista rianimatore… O almeno credevo di esserlo prima dell’arrivo del virus”. “Continuo a chiedermi se quando tutto questo sarà finito vorrò ancora fare questo lavoro… O se ne sarò capace”. Molti probabilmente vorranno solo “dimenticare tutto volentieri”. 

La vestizione e la svestizione dai presidi di protezione individuale hanno reso tutti gli operatori omologati all’interno di una tuta, uno scafandro divenuto elemento di separazione netta con il mondo dei pazienti. “Guanti lunghi fino al gomito, camice impermeabile, copriscarpe, secondi guanti, cuffia, mascherina filtrante, schermo facciale. 

© Richard Borge

È tutto rapido, automatico, schematico. Come se lo facessimo da anni, non settimane. Il passaggio dalla zona pulita a quella contaminata è rapido. Chiusa la porta scorrevole mi sento come su una stazione spaziale. Nell’ovattato silenzio si sente solo lo sbuffare dei ventilatori meccanici, in lontananza il bip di un’ambulanza che fa retromarcia.”

Lo strazio della solitudine. Di chi muore, di chi cura 

I pazienti ricoverati nelle terapie intensive sono descritti come “immobili nel letto, sedati, intubati, senza alcun contatto con la realtà, sospesi in un limbo tra la vita e la morte, col cuore che continua a battere, regolare come un metronomo, mentre ogni cellula del corpo combatte l’infezione con tutte le sue risorse”. 

In questo scenario, che sembra quasi surreale, l’altra protagonista è la solitudine, perché “dopo lo strazio del non poterli curare” c’è quello di “vederli morire da soli, con solo noi nascosti dietro camice e maschera in loro compagnia, senza che possano vedere i loro cari e le loro famiglie”.

Quando i sanitari finalmente possono togliersi le tute e la maschera protettiva, torna finalmente “il tuo essere”. Si ritorna dalla famiglia, dai propri figli che sono ancora troppo piccoli per leggere la pesantezza, la rabbia, la morte negli occhi di chi le ha viste tutto il giorno. 

A casa non si parla di virus, “la morte resta fuori, dentro ci sono io, solo un infermiere, non un eroe, a custodire la vita”. 

“Non sono un’eroina, una santa, una martire, una che ha avuto una vocazione. Ha ragione mio figlio, l’unica cosa che sembro è un panda”, scrive un’infermiera che pubblica una sua foto con indosso un filtrante facciale.

Pazienti dentro una bolla, medici nello scafandro

Gli eroi di tutta questa vicenda sono i pazienti che, in alcuni casi, sono diventati soggetti attivi, istruiti anche su tecniche e pratiche infermieristiche, come misurarsi il livello di saturazione in autonomia, perché i presidi sono pochi e gli infermieri non possono entrare continuamente nella stanza. 

“Le chiediamo tramite un foglio al vetro se fa difficoltà a respirare. Oggi è felice di risponderci di no. E nel ringraziarmi inizia a piangere, è un ringraziamento sentito, con il cuore. E a me queste emozioni attraverso un vetro e dietro una maschera da CPAP, riscaldano la giornata”. I pazienti sono dentro ad una bolla, gli operatori a uno scafandro.

Ricordi terribili, indelebili

Non si potrà dimenticare di aver visto persone “piangere un minuto prima di calare quel tubo in gola, disperati fare una videochiamata qualche istante prima, quasi come fosse un estremo saluto”. 

Queste immagini correranno veloci nei ricordi dei sanitari, lo faranno probabilmente per sempre. Gli infermieri, i medici, gli operatori sociosanitari, gli ausiliari, i tecnici sono sempre stati lì “a tenere una mano, ad asciugare lacrime, a fare telefonate per permettergli per l’ultima volta di sentire la voce di un loro caro”. 

Rimarrà indelebile anche il ricordo dei luoghi, “il corridoio dove sono raccolte le scatole con gli effetti personali delle vittime di questo nemico invisibile”. 

Gli infermieri stessi si sono trasformati durante la pandemia “sono stati il bene in assoluto più malleabile, si sono reinventati divenendo sempre meno solidi ma sempre più liquidi, capaci di adattarsi a variazioni spazio tempo rapidissime e rimanere concentrati e lucidi sulle priorità”. (2-fine)

(Daniela Berardinelli, Infermiera, collabora a La Lampada delle Scienze)

Un pensiero riguardo “

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