La disponibilità alimentare è garantita. Per ora

Bisogna però cambiare: meno globalizzazione

di Riccardo Loberti

Viviamo in un sistema alimentare globale molto fragile a causa della dipendenza di molti Paesi dalle importazioni di cibo dai mercati esteri.

Con l’emergenza Coronavirus, questa dipendenza ha causato ritardi negli approvvigionamenti. In un primo momento, la reazione di una parte di alcuni cittadini è stata un’ingiustificata corsa ai supermercati per accaparrarsi il cibo. Tornerà la paura di non avere cibo a sufficienza, intaccando le nostre scontate certezze nei confronti della Food security? Difficile prevederlo. Di certo il panico alimenta nuovo panico, che con effetto domino si ripercuote anche su disponibilità e costi dei prodotti alimentari.

Operatori del settore, ottimisti ma preoccupati

Ma come la vedono gli operatori del settore? Secondo i dati di Federalimentare, per soddisfare il mercato italiano ed estero di prodotti trasformati abbiamo bisogno di importare il 5% di riso, il 14% di latte e prodotti lattiero-caseari e il 16% di frutta e ortaggi.

Dati che ci fanno sentire tranquilli (almeno per questi prodotti). Dipendiamo invece dall’estero per il 40% della farina di grano duro per la produzione di pasta, per il 45% di farina di grano tenero e addirittura per il 95% per l’industria ittico-conserviera.

Federalimentare lancia messaggi rassicuranti. Il Presidente Ivano Vacondio in una conferenza stampa internazionale dichiara che le aziende stanno lavorando a pieno ritmo senza chiusure né rallentamenti, e che il cibo italiano continuerà a giungere sulle tavole di tutti, in Italia e all’estero.

Meno rassicuranti, ma non per questo allarmanti, i messaggi lanciati dalla FAO, preoccupata dalle barriere commerciali che alcuni Governi possono imporre, come successo ad esempio durante la crisi del 2008.

L’Organizzazione mondiale del commercio (WTO, World Trade Organization ) ha registrato nel 2020 un crollo degli scambi internazionali variabile tra il 13% e il 32% determinando fluttuazioni di prezzi e carenze per alcune categorie di prodotti. Un esempio per tutti il grano duro: la Russia, maggiore esportatore di grano, ha deciso di aumentare i quantitativi destinati al mercato interno. E il costo dei cereali, complice l’aumento della domanda, è aumentato di oltre il 10%.

L’Organizzazione mondiale del commercio ha registrato nel 2020 un crollo degli scambi internazionali che ha determinato fluttuazioni di prezzi e carenze per alcune categorie di prodotti alimentari.

Campanello d’allarme per la farina

Al momento in Italia non si registra mancanza di farina, ma un piccolo campanello d’allarme potrebbe suonare, considerando che per soddisfare il nostro fabbisogno importiamo circa il 30% di grano duro e il 70% di grano tenero.

Ma anche l’agroalimentare ha contribuito a risvegliare il senso di appartenenza alla nazione. Secondo un’indagine Coldiretti, l’81% degli italiani vuole cibo italiano per aiutare il lavoro e l’economia del Paese e per difendere il Golden Power, evitando le scalate strategiche all’agroalimentare del nostro Paese. Considerando che tre marchi su quattro sono ormai in mani straniere, che giocano sul nome italiano per vendere prodotti che di italiano non hanno più nulla, scorrere l’elenco di queste aziende offre sorprese inaspettate.

 (Riccardo Loberti Agronomo, giornalista scientifico, esperto di agricoltura a basso impatto ambientale)

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