La pandemia è sintomo di un “sistema mondo” malato

Intervista a Yves Citton di Isabella Libertà Mattazzi, docente Unife

di Isabella Libertà Mattazzi

Yves Citton, filosofo politico tra i più autorevoli del panorama francese e docente di letteratura e media all’Università di Paris 8, ha da poco pubblicato insieme a Jacopo Rasmi un libro sulla cultura della catastrofe: “Génération collapsonautes. Naviguer par temps d’effondrement” (Seuil, 2020). 

Scritto quando ancora la pandemia da Covid-19 era lontana dal manifestarsi, il saggio di Citton crea un discorso interpretativo sulla nostra epoca in cui lo stato di allerta sembra essere diventato, da qualche anno, il centro ossessivo delle nostre pratiche discorsive e politiche. 

In un’intervista rilasciata per il Manifesto pochi giorni fa, Citton ha parlato della pandemia in atto infatti come di uno dei molteplici sintomi di un “sistema-mondo” malato da tempo. Secondo Citton, il Covid-19 non è un fenomeno unico e puntuale, ma è da mettere in relazione con una prospettiva ad ampio raggio che vede nella relazione di tipo estrattivista che abbiamo instaurato con l’ambiente e nella incursione capillare e massiva dell’uomo nelle ecozone del pianeta il proprio punto di non ritorno. 

La nostra non è una pandemia venuta del nulla, ma si inserisce all’interno di una catena di eventi deleteri per il pianeta scatenati da un’economia neoliberista che di fatto secondo Citton sta mostrando così il suo volto autodistruttivo. Ma quali sono allora le prospettive per uscirne? Quali strumenti abbiamo per invertire la corsa verso il collasso ecologico?

Un pensiero riguardo “

La pandemia è sintomo di un “sistema mondo” malato

Intervista a Yves Citton di Isabella Libertà Mattazzi, docente Unife
  1. Arundhati Roy scrive:
    “Qualunque cosa sia, il nuovo coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e fermato il mondo come nient’altro avrebbe potuto fare. Il nostro cervello continua a girare pensando al ritorno alla “normalità”, cercando di cucire il futuro al passato e rifiutandosi di ammettere che c’è stato uno strappo. Ma lo strappo c’è stato. E, in questa terribile disperazione, ci offre la possibilità di rivedere la macchina apocalittica che ci siamo costruiti. Nulla potrebbe essere peggio di un ritorno alla normalità.
    Storicamente, le pandemie hanno sempre costretto gli esseri umani a rompere con il passato e a immaginare il loro mondo da capo. Questa non è diversa. È un portale, un cancello tra un mondo e un altro. Possiamo scegliere di attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse del nostro odio, dei nostri pregiudizi, la nostra avidità, le nostre banche dati, le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti e cieli fumosi. Oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso. E a lottare per averlo”.
    https://www.internazionale.it/notizie/arundhati-roy/2020/04/20/india-altra-pandemia

    Bella l’immagine della pandemia come “portale”, come possibile passaggio da un “sistema-mondo malato” a un mondo prossimo trasformato. Questo passaggio, come dice Arundhati Roy, comporta una lotta che chiama in causa ognuno di noi. Il cambiamento dipenderà dal nostro desiderio di immaginare e di volere un mondo inedito che non riconosca più come positivi solo l’efficienza e il rendimento produttivo e dove non sia più necessario sfruttare in modo arrogante le risorse del pianeta.
    La natura e gli animali stanno riprendendo i loro spazi nelle nostre città. È possibile, infatti, inquinare meno, sprecare meno, cambiare il nostro modo di vivere. E non è perché ce lo dice un’autorità, ma perché come “cittadini attivi” siamo responsabili del nostro volere e del nostro agire.

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