Vaccinazione razzista. Accuse a due medici francesi sul caso TBC

Cattiva comunicazione innescata da talk show in Tv

di Antonella Ruggiero 

Tedros Adhanom Ghebreyesus è il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ed è etiope. Non ha avuto nessuna esitazione a definire razzista la proposta di due medici francesi di sperimentare una delle tante strategie anti Covid-19 in Africa: “L’Africa non può e non sarà un banco di prova per nessun vaccino – ha commentato Ghebreyesus nella consueta conferenza stampa pomeridiana – e l’Oms si assicurerà che ciò non accada”.

Medici in TV

Camille Locht, ricercatore dell’Istituto nazionale francese per la salute e la ricerca medica (Institut national de la santé et de la recherche médicale, Inserm) e Jean-Paul Mira, responsabile del reparto di rianimazione dell’Ospedale Cochin di Parigi erano ospiti in una popolare trasmissione d’informazione sul canale televisivo francese LCI. Si scambiavano opinioni da scienziati, in particolare discutevano sulla possibile efficacia del vaccino per la tubercolosi anche per il Covid-19.

L’idea è quella di vaccinare una larga fetta di popolazione per la tubercolosi e verificare se effettivamente i soggetti vaccinati risultino essere meno a rischio dall’infezione da Coronavirus.“Perché non intraprendere questo studio in Africa?”, avrebbe proposto in maniera provocatoria Mira. L’incauto intervento del medico parigino trova le sue ragioni nel fatto che la popolazione africana, dove i dispositivi di protezione individuale scarseggiano, sarebbe teoricamente un gruppo più esposto. Locht non ne escludeva la possibilità, affermando che si potrebbe pensare a uno studio in parallelo in Africa a quello che si sta mettendo a punto in Europa e Australia.  

E in effetti il tema della vaccinazione per la tubercolosi ha avuto spazio sui media in quei giorni, sia per l’interesse manifestato da alcuni Stati per sperimentazioni di questo tipo (due trial clinici sono partiti uno in Australia e uno in Olanda, e dureranno fino a ottobre), sia per la voce rincorsa sui soscial di una presunta resistenza al virus degli immigrati da Paesi in cui la profilassi vaccinale per la tubercolosi è diffusa.

Queste dichiarazioni hanno scatenato feroci polemiche sui social, le associazioni antirazzismo hanno espresso il loro sconcerto; per placare gli animi l’Inserm ha pubblicato un comunicato ufficiale di scuse, e allo stesso modo ha agito Mira.

Comunicazione scientifica fragile, (social) media feroci

 L’ Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha emesso un comunicato stampa  in cui per ora si esclude qualsiasi correlazione tra vaccino tbc e Covid-19, citando anche tre paper che sono stati scritti senza dati sperimentali.  Questi paper sono su una piattaforma che pubblica gli articoli prima che vengano revisionati dagli esperti (addirittura uno dei tre sembra già essere stato ritirato). Il problema della pubblicazione senza revisione scientifica, motivato dall’urgenza epidemica, è diventato centrale nel dibattito di questi giorni sull’attendibilità delle fonti scientifiche.

Solo un grosso malinteso, dunque?  Non proprio. Da un lato, gli occidentali non sono nuovi a questo atteggiamento “coloniale”, riservando un trattamento non alla pari ai Paesi delle aree più povere. Tra i tanti casi basti ricordare i test condotti in Zimbawe nel 1994 con l’AZT (Zidovudina), un farmaco per trattare l’HIV, che coinvolsero circa 17mila donne che non era state né formate né 

informate su rischi e benefici del trattamento. D’altro, il caso è l’ennesima conferma di come fake news si propagano nei media amplificando idee e comportamenti razzisti e di come è in affanno la comunicazione scientifica degli “esperti”.

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