Scrivevo poesie… ora l’unica parola che sento è il numero dei morti

di Redazione

Caterina scrive da Padova

Grazie per avere aperto una rubrica dedicata a noi, in questo periodo di quarantena. Mai avrei immaginato di trovarmi in una situazione dove anche la più piccola azione dovesse essere valutata come necessaria o no. 

Non mi va di lamentarmi, infine prima o poi sapevo sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe messo alla prova a livello globale. Così i pensieri si sono ammassati. 

Piano, piano sono passata da giorni passati a studiare in biblioteca o al parco , nella quattro mura della mia stanza. La unica parola che sento sono i numeri dei morti e la incapacità di affrontare una sfida talmente tagliente. Fatico a prendere sonno la notte. Ripenso a tutte le critiche che ogni giorno spesso muoviamo all’altro, a quanto ci sentiamo forti nei confronti di chiunque. Non riesco a dire passerà. Perché dentro me sono consapevole delle ripercussioni di tutto questo. 

Non riesco più a scrivere… Scrivevo poesie per un giornale ma questi due mesi non ho toccato una penna. Non riesco nemmeno a leggere. Ascolto la lezione, se la linea internet non cade, sistemo gli appunti, li rileggo. Penso al mio ragazzo. E se la sua azienda avrà un futuro. Penso alla bimba a cui facevo ripetizioni. E penso ai miei. Che nervosi, tutto il giorno si punzecchiano. 

Ma ogni tanto riesco un po’ a distrarmi… Mettermi alla finestra quando è caldo e ascoltare la musica. Premere sul pulsante Off … E alzare il volume.

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