Una verifica dell’universo per scrutare i nostri comportamenti

Sola da sei settimane. Ho pianto, ma non sono scappata

di Redazione

Marta, “Lingue e letterature moderne”, scrive da Ferrara

Sono alla sesta settimana di quarantena del tutto solitaria. Sono una fuorisede; tutta la mia famiglia, i miei parenti, i miei amici si trovano giù in Sicilia che, in questo periodo, sta vivendo un momento pesante e alquanto difficile. Lì gli ospedali non sono di certo come quelli del nord; prestigiosi e muniti di qualsiasi apparecchio elettronico. Nel mio piccolo paesino a malapena abbiamo un pronto soccorso e i bambini nascono in altre città. 

Non sono scesa, non ho seguito la massa di pecore che durante la notte in cui fu emanato il primo decreto hanno cominciato un esodo di massa molto pericoloso, mettendo in serio rischio il sud, la mia tanto amata Sicilia. Sono rimasta qui, a Ferrara, nella mia grande casa, da sola. Non ho preso un treno, un autobus, un aereo per poter rivedere la mia famiglia. 

Non l’ho fatto perché ho una nonna, una madre, un padre e non mi permetterei mai di mettere in pericolo le loro vite per un mio singolo capriccio. Perciò sono rimasta, prendendo una delle mie più grandi e difficili decisioni. Sono sola da sei settimane. Nessuno con cui parlare se non tramite telefono; nessun corpo da abbracciare; nessuno con cui poter cucinare. 

La prima settimana è stata straziante. Sono abituata a stare da sola; la maggior parte delle volte me ne sto sempre per conto mio ma non mi sarei mai aspettata che potesse essere così difficile. Mi sono sempre detta che le relazioni sono sì utili ma se ne può fare anche a meno. In questi giorni forse ho modificato la mia visione riguardo questa prospettiva. Ho pianto quasi tutte le notti della prima settimana. Avevo paura, paura di non poter rivedere le persone a cui voglio bene. Non dormivo, cercavo di essere il più positiva possibile per la mia famiglia. Cercavo di mostrarmi tranquilla e indifferente riguardo la situazione. 

Poi un giorno mi sono guardata allo specchio e mi sono detta che sarei stata in grado e all’altezza di superare anche questo ostacolo. Ho iniziato a leggere, ad ascoltare la musica. Ho scritto. Ho cercato di tranquillizzare mia madre, di dirle che tutto si sarebbe sistemato. Queste sei settimane da sola mi hanno fatto capire che posso e devo superare i miei limiti, soprattutto quelli mentali. Non è facile, non lo è stato e non lo sarà, ma sono più che sicura che da questa esperienza più o meno traumatica potrò trarne il meglio di me ed affrontare con più facilità e chiarezza ogni tipo di avversità che mi si presenterà durante il corso della mia vita.

Alla mia terza settimana di quarantena ho scritto qualcosa che vorrei condividere:

“Il 2020 fu l’anno delle grandi incertezze, dei “se” e dei “ma”, delle preoccupazioni, delle bombe, delle guerre, delle nuove malattie. Fu l’anno in cui tutti speravano di poter passare a quello successivo. L’anno in cui genitori, i nonni, i fratelli piangevano nella speranza di poter rivedere, riabbracciare i loro cari in un clima di serenità e gioia. L’anno dei morti, l’anno in cui medici misero a disposizione capacità che non pensavano di possedere. L’anno delle quarantene forzate, degli assalti ai supermercati e degli esodi al sud; il tanto odiato e criticato sud. L’anno del sovraffollamento negli ospedali. L’anno del panico. L’anno degli incendi, del fuoco. L’anno dell’estinzione di molti animali che governavano le nostre foreste. L’anno in cui il genere umano avrebbe meritato l’estinzione immediata. Ma non è ancora il nostro anno. È un test, una verifica mandata dall’universo per scrutare i nostri comportamenti e reazioni davanti ad un periodo che potrebbe sembrare l’ultimo delle nostre vite ma che è solo il primo di tanti altri”.

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