Epidemia al cinema

Guida ragionata ai film. Intervista ad Alberto Boschi, docente Unife

di Alessia Marcocci

Il momento storico che stiamo vivendo, il confinamento domiciliare e il loop mediatico circoscritto a concetti come infezione, paziente zero, quarantena, hanno strutturato un fertileterreno d’interesse verso il cinema catastrofista pandemico, genere tra i più scaricati ultimamente in streaming e, da un mese a questa parte, molto trasmessi anche in tv.

L’identificazione con il vissuto presente, la paura e la curiosità verso possibili evoluzioni del nostro mondo sia personale che sociale rendono familiari questi scenari, parole, situazioni.

Abbiamo approfondito l’argomento con Alberto Boschi, docente di storia del cinema all’Università di Ferrara.

Professor Boschi, qual è l’origine storica del cinema catastrofista?

Lo si può considerare un ramo della fantascienza cosiddetta “catastrofica” che, anche se collocata nel futuro, descrive situazioni di anarchia, crollo delle strutture sociali e lotta per la sopravvivenza.

Diversa è la fantascienza “distopica”, volta alla descrizione di società future molto organizzate, ma oppressive e autoritarie; ne è un classico l’esempio il romanzo “1984” di George Orwell.

Aberto Boschi, docente di storia del cinema all’Università di Ferrara

Il cinema catastrofista narrainvece ambientazioni nel presente o in un futuro molto prossimo, e nasce negli anni Cinquanta e Sessanta durante il periodo della Guerra fredda, quando il concetto di distruzione era legato prevalentemente all’olocausto nucleare, come nel film di Kramer “L’ultima spiaggia” del 1959.

Will Smith in “Io sono leggenda” (C) Warner Bros

Invece “Io sono leggenda” di Richard Matheson del 1954 rappresenta un romanzo chiave per giungere alla catastrofe di tipo pandemico; l’ultimo riadattamento cinematografico è del 2007con Will Smith in una New York deserta abitata sola da animali selvatici: in una fusione tra fantascienza e horror si inserisce l’arma batteriologica, che muta le persone in vampiri, come elementoda sconfiggere.

A questo proposito, quali sono le rappresentazioni drammatiche ricorrenti nel cinema catastrofista che tratta le pandemie?

Certamente la trasformazione personale, la perdita di se stessi, un virus che fa diventare mostri fisicamente o psichicamente, come nel film di George A. Romero “La città verrà distrutta all’alba” del 1959.

Altro esempio calzante è “28 giorni dopo” di Danny Boyle del 2002: in una suggestiva Londra completamente deserta, il protagonista si risveglia dal coma scoprendosi l’unico umano in una città di individui trasformatida un virus in creature assassine.

“28 giorni dopo” di Danny Boyle

Ricorronoquasi sempre poi immaginidi trasformazione sociale, distruzione delle strutture urbane e di nuovo la lotta per la sopravvivenza. In questo senso un film attinente potrebbe essere la miniserie tv del 1994 tratta dall’omonimo romanzo “L’ombra dello scorpione” di Stephem King: in un laboratorio militare viene creato un virus simile all’influenza da cui si salvano solo pochi immuni; la storia evolve verso la creazione di due gruppi sociali, i buoni e i cattivi, che finiscono per scontarsi.

Ed ecco un’altra metafora, ovvero il complotto, che richiama i sospetti insorti nella prima fase della pandemia dei nostri giorni.

“Contagion” di Steven Sodebergh

È infine obbligatorio citare “Contagion” di Steven Sodebergh del 2011 – in cima alle classifiche degli streaming nelle ultime settimane – perché l’analogia con la nostra situazione reale è molto stretta: il virus simil-influenzale pericoloso proveniente dall’estremo oriente, la deforestazione e il pipistrello come storia naturale dell’infezione.

Perché il cinema catastrofista suscita interesse nello spettatore, al di là del periodo attuale? Cosa spinge a guardare film che ritraggono l’evolversi in peggio dell’umanità, il prevalere di individualismo ed egoismo, il crollo della democrazia?

In effetti esplora i lati oscuri dell’animo umano erealizza le possibilità più terrificanti, tra cuila catastrofe collettiva.

Lo spauracchio del contagio e della conseguente desertificazioneha precursori a fine Ottocento con il famoso romanzo “La guerra dei mondi” di Herbert G. Wells, che racconta di marziani che invadono la Terra.

Il romanzo “La guerra dei mondi” di Herbert G. Wells

Questo timore diventa un vero e proprio mito inquietante nel Novecento a seguito dello sviluppo urbano. 

Dopo la nascita delle metropoli, società ben organizzate ed estremamente rassicuranti, compare la paura comune che questo sistema crolli, deviando verso la guerra civile e il dilagaredell’egoismo individuale, oppure che si instauri una vera e propria dittatura da lotte di potere, con perdita delle libertà democratiche.

Nell’evoluzione della società umana emerge l’antitesi uomo/natura. Come viene rappresentata cinematograficamente in questo genere di film?

Durante l’attuale periodo di isolamento sembra che si stia chiudendo il buco dell’ozono, si stia riducendo l’inquinamento o comunque si osservanomanifestazioni che dimostrano quanto la società umana sia dannosa nei confronti dell’ambiente. 

Leoni che rincorrono gazzelle per le strade di New York in “Io sono leggenda”

In questi film è assolutamente presente tale consapevolezza e spesso vengono mostrate scene in cui la natura si riprende il suo spazio, per esempio tigri e leoni che rincorrono gazzelle per le strade di Manhattan nella miniserie tv “Io sono leggenda” dal romanzo di Matheson.

In generale si raffigura la natura che si riappropria del suo vigore edella sua salute, se vogliamo.

Quali generi cinematografici sono nati dopo le catastrofi del passato?

Le immagini surreali di desertificazione che ci vengono mostrate adesso, strade e piazze totalmente svuotate, possono certamente e forse un po’ cinicamente suscitare fantasie cinematografiche: dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le città distrutte dai bombardamenti sono diventate un set straordinario e affascinante, pensiamo ad esempio a “Germania anno zero” del 1948 diretto da Roberto Rossellini. Diciamo che allora prese forma quasi un genere cinematografico incentrato sulle rovine, sulle macerie.

Berlino distrutta dai bombardamenti in “Germania anno zero” di Rossellini

A questo proposito è impossibile dimenticare “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni del 1962, con la magnifica scena finale di un EUR romano completamente disabitato.

Quali potrebbero essere altre immagini cinematografiche che richiamano la surreale e oppressiva realtà quotidiana di clausura di questo periodo storico?

Ne sono rappresentazioni perfette alcuni thriller di Alfred Hitchock, in cui tutta la trama si svolge in piccolo ambiente: in “Nodo alla gola” del 1948 in una sola stanza sono presenti cadavere, assassino e detective

“Nodo alla gola” di Alfred Hitchock

E come non citare “La finestra sul cortile” del 1954? Un fotoreporter, costretto temporaneamente su una sedia a rotelle per una gamba fratturata, osserva con un binocolo le finestre visibili dalla sua stanza, fino a scovare un delitto.

Per alleggerire l’atmosfera invece consiglierei una commedia di Billy Wilder basata su un testo teatrale, “Quando la moglie è in vacanza” del 1955: anche qui siamo dentro un appartamento dall’inizio alla fine, però compaiono degli esterni e l’inquilina di sopra è Marilyn Monroe.

E allora professore, per evadere da un momento storico inquieto con immagini ripetitive opprimenti, cosa ci consiglia di guardare?

L’emblema dell’evasione cinematografica è sicuramente il musical holliwoodiano. Infatti nacque negli anni Trenta con Fred Astaire e Ginger Rogers proprio durante la Grande depressione, periodo che tra l’altro viene paragonato da molti storici al momento attuale. Le persone, che avevano bisogno di allontanarsi emotivamente dalle proprie angosce e dalle miserie, iniziarono a riversarsi nei cinema. 

Il musical “Cabaret” di Bob Fosse

Il genere poi si è sviluppato negli anni Cinquanta – pensiamo ai film di Gene Kelly – fino a diventare il classico musical americano degli anni Ottanta: consiglierei “Cabaret” di Bob Fosse del 1972, oppure “Chicago” del 2002, entrambi tratti dagli omonimi musical andati in scena a Broadway rispettivamente nel 1966 e nel 1975.

La video intervista ad Alberto Boschi, docente di storia del cinema all’Università di Ferrara

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